François (seconde partie)

Se si ama il proprio dolore esso diviene voluttà. (Donatien Alphonse François de Sade)

Ed eccomi qui, sul pontile, che (dopo l’imprevisto bagno nel porto) esamino sconsolato il bestione d’acciaio incontrovertibilmente corroso. Che fare? Il serbatoio marcio, la dinette demolita, la barca inutilizzabile, i vestiti fradici, l’umore sotto i tacchi. Beh, non è che ci fossero troppe alternative; tanto per cambiare l’unica cosa da fare era cambiarsi (prima cosa), riboccarsi le maniche, aggiustare tutto, e magari approfittare dell’occasione per fare qualcosa di buono per la barca. Ecco l’elenco dei lavori:
1) rappezzare il serbatoio (ovviamente)
2) sostituire le tubazioni di carico e di scarico di tutti i serbatoi (sono le originali installate da François 26 anni fa…)
3) sostituire la rastrelliera delle valvole di controllo dei serbatoi (una orribile schifezza costruita con tubi e connettori da giardinaggio, valvole e fascette metalliche rugginose. Di sicuro non l’ha fatta François, ho troppa stima del suo lavoro)
4) installare una rastrelliera di distribuzione dell’acqua di bordo (François si è proprio dimenticato di farla)
5) installare un filtro inline a carboni attivi per migliorare la qualità dell’acqua a bordo (non sarà certo Perrier, ma…)

Al solito un sacco di lavoro, nelle solite condizioni di spazi microscopici e quasi irraggiungibili, però sono molto contento di averlo potuto fare. D’altra parte con la barca smontata non potevo certo farmi sfuggire l’opportunità di cambiare le tubazioni, speriamo durino quanto quelle vecchie. Ho cercato di realizzare anche tutto il resto nel migliore dei modi e con i migliori materiali, oltre la speranza che duri c’è la consolazione che almeno quelle parti sono facilmente accessibili senza dover smontare mezza barca.

Però, però… è ben vero che tutto è impermanente, che tutto subisce l’onta del tempo, ma vedere un serbatoio in acciaio inox ridotto in questo stato fa alquanto pensare. Il primo pensiero, ovviamente, è: se questo è ridotto così gli altri come saranno? Ed ecco una cosa curiosa: a giudicare dal miglior esame che ho potuto fare, gli altri serbatoi sembrano in buone condizioni (del che faccio i debiti scongiuri). Quindi il secondo pensiero è: perché invece questo serbatoio si è ridotto così male? Cosa è successo?

Dubito lo saprò mai, però ho un sospetto: ecco cosa ho trovato sotto il serbatoio.

E’ possibile che questo (ex)cacciavite finito chissà come e quando nel gavone sotto il serbatoio abbia, in un qualche modo, innescato il processo di corrosione del acciaio? Non lo so. Fatto sta che era li da molto quanto tempo, a giudicare dal fatto che è completamente corroso. Possibile che il contatto tra i due metalli insieme all’umidità, all’inevitabile salino, etc., abbia fatto tutto sto guaio? Piaccia o meno il metallo del cacciavite non c’è più ed i serbatoio si è corroso. Due indizi fanno una prova?

Mah…

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François (premiere partie)

Là dove finisce il fiume comincia il film. (Savio, Bigazzi, Pace)

Ultimamente penso spesso a François, ed ammetto di non avere pensieri troppo lusinghieri nei suoi confronti. Per carità sia chiaro che non voglio sparlare, François è sicuramente una persona stimabilissima, un serio professionista, un brav’uomo più che rispettabile. Se mi capita di nominarlo spesso ad alta voce e di attribuirgli determinate qualità, il mio è un parere assolutamente personale del quale mi assumo ogni responsabilità. Ok, scherzo.
In realtà mi posso permettere di scrivere tutto ciò così a cuor leggero perchè la prima (ed unica) cosa che posso veramente dire di lui è: non so che viso avesse e neppure come si chiamava. François è, infatti, un nome inventato, un frutto della mia fantasia; giusto mi suonava bene il nome, mi sapeva molto di “francese”, di un tizio in bicicletta, col basco in testa e la baguette sotto il braccio (alla faccia del luogo comune, direte). Insomma proprio non so chi egli fosse, però posso dire che conosco invece l’epoca dei fatti e qual’era il suo mestiere. Il “mio” François negli anni ’90 lavorava presso i rinomati Chantier Wauquiez.

In particolare, François si è occupato di pianificare (e realizzare?) la costruzione degli interni dei 24 Centurion 45 costruiti tra il 1990 ed il 1993. François non era uno stipettaio, lui si occupava dell’impiantistica, era uno che maneggiava serbatoi, tubazioni e cavi elettrici. Ed era un sadico.
Certo, magari i disegni di Ed Dubois non gli hanno dato una grande mano nel suo lavoro, ma ciò non toglie che lui fosse un vero, dannato sadico. Ed io sono una delle sue miserevoli vittime.

Vabbè, veniamo a noi. Avevo notato già da l’anno scorso che nel gavone del serbatoio dell’acqua dolce sotto la dinette a dritta, ristagnava dell’acqua. Da quell’inguaribile ottimista che sono (si certo, come no…), ho subito pensato che il problema fosse nel tubo di collegamento vecchio e stravecchio (credo proprio sia l’originale, del 1993), e l’ho sostituito sperando per il meglio che, ovviamente, non è stato. Infatti il problema si è rivelato essere non il tubo stravecchio, ma il serbatoio bucato.
Disastro, disastro, disastro.

In realtà il guaio di per se non sarebbe stato enorme, in fondo si tratta di un serbatoio metallico che si può facilmente saldare, se non fosse che (grazie al sadismo di François) riuscire a mettere le mani sul bestione non è stato per niente banale. Lungo quasi due metri, di forma irregolarmente trapezoidale e capacità (stimata) di circa 150 litri, il serbatoio è in acciaio inox da 2.5 mm, con paratie interne anti sciabordio, ed anche da vuoto pesa un’esagerazione (a parte l’ingombro). Ora, com’è giusto che sia, un bestione del genere non può che essere più che saldamente assicurato alle strutture dello scafo, e qui sta il guaio. Infatti François non solo ha provveduto ad imbullonare solidamente il serbatoio alla cornice del gavone ed a ricoprirlo con delle traversine anch’esse ben avvitate, ma si è anche assicurato (il tocco del maestro) che il serbatoio fosse di un paio di centimetri più largo dell’apertura. Dunque, per poter levare il serbatoio è stato necessario smontare o meglio demolire l’intera cornice del gavone, dato che François (in un momento di particolare erettismo) l’aveva incollata e non solo avvitata. In realtà, ho passato un sacco di tempo a cercare di capire in quale modo poter estrarre il serbatoio senza demolire nulla; mi dicevo che se il serbatoio era stato installato, in un qualche modo nel gavone doveva esserci pur entrato. Ed invece no, nulla da fare, in nessun modo, in nessuna maniera.

Il mio beneamato François ha prima installato il serbatoio e poi ci ha costruito la dinette intorno.




Allora, è ben noto a chiunque mi conosca che io aborro anche solo l’idea di mettere mano a trapani e seghetti a bordo; odio fare buchi e/o tagli, odio modificare scafo e strutture. Sarà stupido, sarà una inutile idiosincrasa ma è così. Sono capace di scervellarmi una giornata intera per trovare un modo di far passare un nuovo cavo in un vecchio passaggio, piuttosto che prendere il trapano in mano. Perciò ci ho sudato dentro davvero un bel po’ prima di arrendermi all’evidenza e decidere di passare alle maniere forti.
In definitiva si è trattato di un lavoro brutto e fastidioso, ma imprescindibile per poter estrarre il serbatoio. La parte più difficile è stata staccare il traversino di legno incollato alla parte esterna della dinette. Per fortuna, in alcune parti la colla aveva mollato ed ho potuto infilare una spatola negli spazi liberi e scollarlo pian piano. Un minimo di danno purtroppo è stato inevitabile (per fortuna davvero poco), ma alla fine ci sono riuscito. Ho sbarcato il serbatoio (finendo anche in mare durante l’operazione), gli ho dato una rapida pulita sul pontile, e qui è arrivata la sorpresa: non c’era un semplice buco da chiudere con una saldatura, ma un serbatorio col fondo completamente corroso.

Disastro, disastro, disastro ed ancora disastro.

(… à suivre)

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OT – AI

Qualche giorno fa ho avuto una lunga ed interessante discussione con alcuni colleghi di altre facoltà sulle conseguenze del fatto che nel giro di pochi anni, molte mansioni oggi svolte da umani verranno gestite da sistemi informatizzati autonomi. In particolare si discuteva sugli autoveicoli a guida autonoma già oggi presenti sul mercato, seppure con tutta una serie di limitazioni dovute principalmente a problematiche più di tipo legale che non tecnico.
Ripensandoci, poi, mi sono posto una domanda: quanto dovremo attendere prima che le grandi navi da trasporto rinuncino ad avere un equipaggio? Credo poco. E’ un dato di fatto che alcune mansioni umane sono più facilmente automatizzabili di altre, ed il controllo della navigazione di un mezzo in alto mare è sicuramente tra quelle facili. Da un certo punto di vista la cosa può far paura, ma da un altro direi proprio di no. Un sistema di guida autonomo non si distrae, non si addormenta, non si ubriaca, non guarda la partita, etc. etc.. D’altra parte, però, se un sistema di guida autonomo (su una nave come su una autoveicolo) combina un guaio, la responsabilità di chi è? Del programmatore? Della compagnia di navigazione? Dell’hardware? Di una situazione non contemplata nel programma? Tante belle domande con risvolti di diverso tipo (legislativo, tecnico, etico, etc.) cui sarà importante trovare presto delle risposte adeguate, dato che questa tecnologia, piaccia o meno, is here to stay.

Lo sviluppo e l’applicazione dei sistemi di guida autonoma è basato sull’Intelligenza Artificiale. Infatti, a pensarci bene, anche un timone a vento può condurre una imparcazione; si tratta di un sistema meccanico, semplice e generalmente affidabile, che fa per bene il suo lavoro, ma che fallisce quando confrontato con situazioni impreviste. Il sistema di guida di una portacontainer o di una petroliera non può certamente permettersi di fallire in questo modo, deve sapersi adattare al meglio alle diverse situazioni possibili e l’Intelligenza Artificiale è l’unico modo di fornirgli la flessibilità necessaria senza utilizzare degli umani di supporto. Su questa interessante tecnologia si dice e si scrive un po’ di tutto, spesso e volentieri senza sapere bene di che si scrive (non che io sia il verbo, sia chiaro).

In merito mi sono ricordato di aver scritto qualche tempo fa un breve testo divulgativo per il libro “Professione robot 2.0” dell’amico Claudio Simbula. Un libro intelligente che affronta con spirito e leggerezza una problematica pesante. Visto che ci sono, ve lo ripropongo qui di seguito.

Il brano è strutturato come una riflessione su due domande chiave: cosa intendiamo oggi per Intelligenza Artificiale, e quale sarà nel futuro il nostro rapporto con questa tecnologia. Ovviamente vi propongo la mia visione delle cose, mica la verità, buona lettura.

– Che cosa intendiamo per Intelligenza Artificiale oggi?

“Cos’è il genio?”, si chiedevano i protagonisti del “Amici miei” di Monicelli, “è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”. A mio modo di vedere questa è proprio una bella definizione, che rende bene la vastità dei modi nei quali può manifestarsi l’intelligenza umana. Ma potremmo usarla anche se ci chiediamo cosa sia l’Intelligenza Artificiale (AI)? Qui la risposta è ben più complessa, anche se colloquialmente potremmo essere tentati di rispondere con facilità. In particolare, noi definiamo AI per contrasto con l’intelligenza biologica e già questo può generare qualche disguido. Come se non bastasse, poi, la cultura pop ha spesso mitizzato AI attribuendole (a sproposito) caratteristiche a volte sin troppo umane.
In realtà tutto ciò può anche essere comprensibile, dato che in quello che è considerato l’evento di fondazione della AI, il Darmouth workshop del 1956, si dice chiaramente che l’intelligenza umana ”può essere descritta in maniera talmente precisa che una macchina può essere utilizzata per simularla”. Proprio qui sta il guaio: siamo davvero capaci di spiegare dettagliatamente per quali ragioni definiamo una persona intelligente? Ad oggi la risposta è un chiaro e definitivo no; l’intelligenza biologica è semplicemente troppo complessa per essere descritta in maniera chiara ed univoca. Questa complessità ha profonde origini di tipo biologico, culturale, esperienziale ed emozionale, e per queste ragioni è declinata in modo quasi unico in ogni essere umano (e non solo). Quindi no, non possiamo dire che AI è fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione, AI è qualcosa di molto diverso, ma non per questo meno interessante o utile.
Vogliamo parlare di AI in termini realistici e comprenderne davvero pregi e difetti? Allora iniziamo a pensare ad una tecnologia basata sull’utilizzo di agenti intelligenti, intesi come dispositivi che ottengono informazioni dal loro ambiente e le utilizzano per intraprendere azioni che massimizzano le possibilità di raggiungere con successo i loro obiettivi. La parte interessante è che spesso la funzione di questi dispositivi mima quelle attività di tipo cognitivo, come l’apprendimento e la capacità di risolvere i problemi, che normalmente noi associamo al funzionamento della mente umana.

– Come vedi il futuro del rapporto tra uomo e Intelligenza Artificiale?

Per me è assolutamente chiaro che nel prossimo futuro le applicazioni di AI giocheranno un ruolo sempre più importante in molti aspetti della nostra vita quotidiana, grazie alla loro capacità di affrontare con successo una delle più importanti sfide tecnologiche del nostro tempo: gestire i big data.

La tecnologia che oggi sta alla base del nostro modo di vivere e di lavorare produce enormi quantità di dati. Dalle informazioni di navigazione dei nostri pc, ai nuovi sistemi di diagnostica medica, alle transazioni finanziarie ad alta frequenza, alla digitalizzazione del sapere precedente, e molto altro, ogni giorno si producono quasi 3 miliardi di gigabyte di nuove informazioni. Una tale quantità di dati è molto preziosa ma allo stesso tempo estremamente difficile da gestire e trasformare in un qualcosa di utilizzabile. Infatti tutta questa informazione, al di là della sua mole, ha soprattutto la caratteristica di essere multidimensionale, complessa ed eterogenea.
Storicamente, trasformare i dati grezzi in conoscenza è sempre stato compito degli analisti e degli scienziati. Infatti il dato in se e per se non crea grande conoscenza, soprattutto in un mondo principalmente costituito sulla interazione tra agenti spesso molto diversi ed indipendenti tra di loro. La parte più importante nella creazione di vera conoscenza è, quindi, l’individuazione di relazioni tra dati e situazioni anche molto differenti, un lavoro in cui la mente umana generalmente eccelle. Oggi, tuttavia, l’uomo non è più capace di gestire in tempo reale (o quasi) tutto il potenziale sapere che produce; si può dire che in un qualche modo è stato raggiunto (ed abbondantemente oltrepassato) un limite materiale, biologico. Proprio per cercare di gestire questa enorme problematica, la maggior parte degli sforzi in informatica sono oggi tesi alla creazione di agenti intelligenti in grado di gestire grandi quantità di dati non strutturati, allo scopo di produrre informazioni strutturate prima e decisioni poi (forse).
Probabilmente il miglior esempio di questo approccio tecnologico è il famoso Watson della IBM con le sue più che notevoli piattaforme di servizi e la sua capacità di utilizzare le regole del linguaggio naturale per la comunicazione uomo-macchina. Già oggi, ma ancora di più domani, agenti intelligenti come Watson e consimili vengono utilizzati per gestire sempre più aspetti della vita quotidiana di tutti noi, dal supporto alla diagnosi medica alla scelta di un candidato per un posto di lavoro. In fondo la cosa può anche spaventare e forse non completamente a sproposito.
E’ importante però comprendere che gli agenti intelligenti come Watson non “decidono” nulla, se noi non glielo permettiamo. In realtà, il supporto alle decisione che può derivare dal loro uso è forse una delle cose più utili che la tecnologia informatica ci abbia mai dato, ma una macchina va utilizzata per quello che è e per quello che può fare, ma non di più. Posti davanti ad un problema gli agenti intelligenti come Watson non ci danno risposte certe ma probabilistiche, ci informano al meglio della conoscenza disponibile, ma la decisione spetta sempre a noi, anche quando decidiamo di rinunciare e preferiamo delegare ad una macchina (per quanto “intelligente”) le nostre responsabilità.

In fondo, a pensarci bene, una decisione giusta è il risultato della combinazione di numerosi fattori, e la conoscenza approfondita dell’argomento è solo uno di questi, per il resto servono “fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione”.

(P. Enrico, tratto da Professione Robot 2.0 di Claudio Simbula, ed. Ledizioni, 2019)

 

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L’orologio

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te.

Ti regalano (non lo sanno, il terribile è che non lo sanno), ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile ad un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso.
Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono.
Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa.
Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi.

Non ti regalano un orologio, se tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

Julio Cortàzar

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UTIC

Mi sono impegnato.
Non mi sono risparmiato.
Ho abbandonato ciò che non era indispensabile.
Sono sempre stato sul pezzo.
Ho governato cose molto più grandi di me.
Ho ingoiato delusioni e frustrazioni.
E’ stata dura, ma ho dimostrato di essere tenace.
Ci ho dato dentro.
Mi sono sforzato, non ho mollato mai,
ed alla fine ci sono riuscito.
Ho vinto.
Ho avuto un infarto.

UTIC: Unità di Terapia Intensiva Coronarica

Chissà quante volte mi è toccato sentire la famosa parabola che dice che alcune cose della vita arrivano come un ladro nella notte. Però in effetti è andata proprio così: una mattinata come ogni altra, da passare a correre qui e la con la testa che ronza di mille cose da fare, e che invece finisce con una angioplastica in urgenza.
In realtà quanto ho imparato vivendo mi ha convinto che praticamente tutto ci arriva come un ladro nella notte, ed è solo una questione di classificazione. Se il ladro ha le sembianze di una vincita alla lotteria è una cosa, se invece somiglia molto da vicino ad una bella sfiga la cosa è diversa, e solo allora ci viene da pensare alla “famosa parabola”. Ma la sostanza, in realtà, è la stessa.

Però, visto che sono bloccato in questo letto ed in vena di considerazioni (qualcuna addirittura biblica, anvedi…), eccone qualcuna a caldo:

– Did you wear clean underwear? –

Ogni volta che uscivo da casa per il weekend Jane, la mia mamma inglese, mi faceva questa domanda che mi lasciava sempre abbastanza perplesso. Una volta le ho chiesto perché e mi ha risposto: “just in case you’re in an accident and have to go to the hospital”. Chissà perché mi è venuto da pensarci in questi giorni.

– (…) ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. (Matteo 25, 36-39) –

1) in pronto soccorso mi hanno accolto e curato senza neanche sapere il mio nome o la mia residenza o la mia cittadinanza. Me li hanno chiesti dopo.
2) se i medici che si sono presi cura di me non fossero stati davvero all’altezza del loro compito, forse ora sarei morto. Il mio tracciato ECG era piuttosto atipico.
3) la gentilezza, la professionalità ed il sorriso del personale, sono una grande cura.
4) la sanità pubblica non è perfetta? Vero, ma non è certo una buona ragione per demolirla, ma anzi per renderla migliore. Quando arriva il ladro nella notte sei felice che esista, anche imperfetta come è; quella privata è perfetta solo per chi può dimostrare di potersela pagare, e non è per niente detto sia migliore.

– Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. (Luca 12, 39) –

E grazie al cavolo, sai che sforzo. Il punto non è l’orario del ladro, è se il padrone di casa sia cosciente di quanto le sue proprietà siano appetibili ai ladri. Se lo è perchè non fa qualcosa prima? Potrebbe decidere di mettere su una porta blindata ed un sistema di allarme, o magari potrebbe decidere di avere di meno, decidere di fare meno gola ai ladri.
Per quanto mi riguarda, oggi se mi guardo in faccia vedo un tizio di 57 anni con una vita piena di troppe cose importantissime da fare, una dieta discutibile, un po’ nicotina di troppo, attività fisica ridotta al minimo, colesterolo “over the top” già da qualche anno a questa parte, troppa caffeina nel sangue, e tanta trascuratezza. E questo per non parlare della vita passata, della quale per tanti versi “è pietoso e saggio” tacere. Orbene, perchè mai un ladro degno di questo nome non avrebbe dovuto interessarsi a questo bel gruzzoletto indifeso?
Fuor di metafora, sapevo che fare un certo tipo di vita può portare a determinate conseguenze? Ovvio che lo sapevo, l’ho pure studiato, ma come tutti (o almeno come tanti) ho fatto spallucce, ho fatto finta di niente, ho guardato altrove ed ho tirato dritto immerso nei miei mille impegni e nelle mie mille cose da fare. Per poi ritrovarmi un giovedì mattina seduto alla mia scrivania con una mano sul petto, a chiedermi se e quanto quel dolore che provavo ci stesse con ciò che avevo studiato a suo tempo sulla sintomatologia dell’infarto del miocardio.
Quindi si, sapevo tutto, ma non ne ero cosciente.

Alla fine della fiera penso di dover essere grato al mio ladro. E’ stato gentile, non ha calcato troppo la mano, e forse mi ha fatto un grande favore.

Cosa farò non appena esco da qui? Andrò con calma a bermi un caffè. Dek.

Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per conservare e un tempo per buttar via.
Un tempo per strappare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.
Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?
Ho considerato l’occupazione che dio ha dato agli uomini perché vi si affatichino. (…)
Ho capito che per essi non c’è nulla di meglio che godere e procurarsi felicità durante la loro vita;
e che un uomo mangi, beva e goda del suo lavoro, anche questo è dono di dio.
(Qoèlet 3, 1-13)

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L’elisir di lunga carena pulita

Ho già scritto che lasciare le vecchie antivegetative e passare alla CopperCoat® era una mia vecchia fissa. Più di una ragione in realtà, e vedrò di spiegarle in maniera appropriata e dettagliata (nel prossimo post), ma prima permettetemi divagare un poco.

Quanto di tecnologico l’uomo fa, penso vada valutato in termini di rapporto costo/beneficio e la chimica non fa certamente eccezione.Viviamo un era che è letteralmente dominata dalla chimica, in ogni sua manifestazione (farmaci, fibre, carburanti, semiconduttori, plastiche, coloranti, etc., etc.). Raramente pensiamo alla pervasività della chimica nella nostra vita, è un qualcosa che diamo per scontato, eppure credo si possa affermare che senza di essa la nostra quotidianità sarebbe paragonabile a quella degli antichi romani o poco più. D’altra parte, però, ogni progresso ha un costo e, soprattutto per quanto riguarda la chimica, questo costo è completamente a carico del nostro ambiente. Il maggior costo della chimica è l’inquinamento e generalmente ce ne freghiamo altamente, salvo saltare su indignati quando succede qualcosa di veramente macroscopico (per poi riaccomodarci subito sulla nostra beneamata poltrona).Va detto che, al di la delle tante miserabili porcherie causate dall’egoismo umano, questo tipo di inquinamento è un problema sostanzialmente senza uscita. Infatti, sinora con la nostra tecnologia abbiamo sostanzialmente cercato di ottenere “cose” che generalmente vanno in direzione ostinata e contraria rispetto alla struttura stessa della Natura. Un esempio tipico riguarda i materiali: dato che la Natura passa il tempo a distruggere (per ricreare), noi costruiamo nuove molecole che la Natura non conosce e quindi non sa distruggere in maniera rapida. Perché esiste il Pacific Trash Vortex?

Relativamente poco tempo fa, durante una chiacchierata da banchina a proposito della mia decisione di mettere su la CopperCoat®, mi sono ritrovato in mezzo ad uno dei soliti discorsi sulle antivegetative. Questa va bene, questa non serve, questa così e questa cosà. Ad un certo momento è venuto fuori il solito “bene informato”, quello che inizia con: “Ve lo dico io come si fa per avere un antivegetativa che funziona!”. Francamente oramai quando iniziano con questa storia non li faccio neanche continuare (lo so, è poco educato), e dedico mezz’ora del mio tempo a spiegare al malcapitato (a quello che “lo sa lui”) perchè, in realtà, sta dicendo cavolate. Sempre più spesso però, mi viene la tentazione di fare il finto tonto e lasciar stare perchè è sempre troppo difficile spiegare le cose ai “bene informati”.

Comunque sia… da quando la normativa ha proibito l’uso di alcuni biocidi ritenuti troppo dannosi per l’ambiente (in particolare lo stagno tri butile o TBT), l’efficienza delle antivegetative è (ovviamente) molto diminuita, con grande fastidio dei diportisti e (probabilmente) grande gioia dei cantieri e dei produttori che hanno visto aumentare il proprio lavoro.Al solito, quando la tocchi nel posto giusto, la gente cerca di arrangiarsi. Al di la di quelli che hanno l’amico che gli passa misteriose antivegetative “professionali” o addirittura “militari” (sino ai primi anni 2000 l’uso del TBT era ancora permesso in alcune circostanze), la pratica più comunemente ritenuta valida consiste nell’aggiungere altri biocidi ad una antivegetativa commerciale in modo da “potenziarla”.

Nella teoria l’idea può sembrare anche sensata (ed in effetti alcuni produttori di antivegetative utilizzano dei composti “booster”, insieme ai biocidi comuni), ma nella sua applicazione pratica da banchina è pura idiozia. Infatti, dato che (per fortuna!) non tutti hanno accesso ad un catalogo di reagenti chimici, gli additivi da aggiungere generalmente si scelgono usando il “buonsenso”, l’esperienza del “bene informato” di turno, o (peggio che mai) cercando ricette su Internet. Negli anni ho collezionato indicazioni per molti differenti additivi “miracolosi” tra i quali: solfato di rame, antibiotici (!!!), zolfo colloidale, e diserbanti (!!!), sono ritenuti i più efficaci (lunghe ed approfondite disquisizioni in banchina).

Orbene, a mio parere esistono tante buone ragioni per buttare malamente a mare chi propone di queste ricette, eccone alcune:

  • si commette un reato ambientale (se vedeste uno che sversa una latta di diserbante in mare che fareste?)
  • nessuno garantisce che questi “biocidi de noartri” siano compatibili con la composizione dell’antivegetativa con la quale li si mischia
  • nessuno garantisce che questi “biocidi de noartri” funzionino (dato che i criteri di scelta dei vari additivi miracolosi sono chiaramente una colossale cazzata)
  • è una cosa stupida sotto tutti i punti di vista, e dunque non ha senso farla
  • vale anche la pena di dire che non ho mai incontrato nessuno che avesse finalmente trovato l’elisir di lunga carena pulita

Insomma per dirla breve, piaccia o non piaccia le soluzioni sono solo due: o si fa carena ogni anno o due usando appropriatamente le antivegetative normali, o si cambia tecnologia, si cerca qualcosa di diverso. E’ vero che le tecnologie alternative non abbondano, ma è anche vero che spesso grazie alla nostra naturale tendenza a mantenere lo status quo (modo gentile di scrivere “pigrizia”), proprio non pensiamo neanche a cercarle.

(to be continued)

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La parte dell’occhio (e la “fede” nei miracoli?)

E’ un fatto che, fatte le dovute eccezioni, passiamo parecchio tempo a prenderci cura della nostra barca. Di certo alcuni si concentrano maggiormente sugli aspetti tecnici, ma comunque sostanzialmente tutti abbiamo per l’aspetto esteriore della barca una certa “sensibilità”.Personalmente non ci vedo nulla di male (lascia che la bellezza di ciò che ami sia quello che fai. Gialal al-Din Rumi), basta giusto non esagerare. Infatti da una parte davvero non amo i tanti nuovi scafi sostanzialmente progettati per fare bella figura in porto, ma francamente anche una barca come Orso Bianco di Tross (delle cui qualità marine assolutamente non dubito) proprio non mi crea alcun piacere estetico.

Mi si potrà obiettare che le barche come Orso Bianco sono state pensate con altri schemi mentali e per altri fini, ma (a mio modo di vedere) ci sono consistenti evidenze che la sapienza, la bellezza e la forza possono tranquillamente coesistere nello stesso scafo (vedi qui sotto).

Vabbè, fine della filosofia. Veniamo a noi.

Bandini è stata varata nel 1994 e per quanto gli standard costruttivi della Wauquiez fossero molto alti, 23 anni sono 23 anni. Tra le strutture che mostrano l’effetto del tempo e degli agenti atmosferici c’è sicuramente il gelcoat delle strutture della coperta che ha perso lo strato più superficiale diventando opaco e poroso. Tutto ciò è francamente fastidioso, nel senso che (anche volendo trascurare l’estetica) la superficie porosa è un ottimo substrato per lo sporco che facilmente vi rimane intrappolato e tocca darci dentro di polish (abrasivo) peggiorando la situazione. Le soluzioni per sistemare il gelcoat non sono poi tante (ahinoi): o lo si rifà nuovo o lo si ricopre periodicamente con prodotti che ne proteggano la superficie. Di solito io utilizzavo un classico polish e parecchio olio di gomito, ma questa volta ho voluto provare qualcosa di nuovo: il Poli Glow.Commercializzato in Italia da Negozio Equo (col quale, sia chiaro, non ho alcun tipo di accordi commerciali pur essendo buon amico di Roberto Minoia), questo prodotto non contiene ne microabrasivi ne cere, ma consiste in una emulsione acquosa di resina acrilica. Quando viene applicato su una superficie, l’acqua evapora e le micro gocce di resina ivi sospese si fondono creando un sottile strato lucido e resistente. In un certo qual modo è lo stesso principio di funzionamento delle più comuni vernici ad acqua (acriliche o uretaniche) per il parquet di casa. Da un punto di vista pratico l’applicazione del Poli Glow non è particolarmente difficoltosa. La confezione che ho ricevuto contiene il Poli Prep per il lavaggio della superficie da trattare, una spugnetta per il lavaggio, il Poli Glow vero e proprio col suo applicatore, ed un paio di guanti di vinile. La sequenza di trattamento è semplice: lavaggio col Poli Prep, asciugatura (1 ora), applicazione del Poli Glow (5-6 strati).Il lavaggio della superficie da trattare va fatto in maniera abbastanza accurata, in modo da ottenere una superficie pulita e di colore omogeneo. Il Poli Glow si presenta come un liquido lattescente con una densità simile all’acqua e va steso con l’apposito applicatore inumidito con acqua dolce. Questa è una cosa importante, perché l’acqua mantiene in emulsione le gocce di resina, sin quando non verranno applicate sulla superficie. Nel complesso, si tratta di una procedura davvero molto semplice. Forse l’unico punto che davvero richiede un po’ di attenzione è la pulizia della superficie da trattare, in modo da garantire un buon supporto per l’applicazione del Poli Glow. Inoltre bisogna considerare che la resina contenuta nel Poli Glow stratificandosi forma uno strato impermeabile che isola il gelcoat sottostante ma che contemporaneamente “imprigiona” ogni eventuale sporco presente.

Che risultati? Beh, come si può vedere dalle foto più sotto i risultati sono ben più che notevoli (i vicini di barca stamane hanno fatto un sacco di complimenti…), anche in considerazione del fatto che la quantità di olio di gomito necessaria è veramente minima. In totale ho applicato 6 strati di Poli Glow sulla vetroresina della poppa, passando in breve tempo da una superficie opaca e porosa ad una superficie lucida e molto liscia al tatto. Onestamente, un lavoro che lascia contenti e soddisfatti.

 

Quanto durerà tutta questa soddisfazione? Beh, questo è un altro discorso che comunque vale la pena provare a fare.

Iniziamo dicendo che il Poli Glow non è l’unico prodotto di questo tipo sul mercato e che soprattutto negli USA, questa tecnologia è utilizzata da quasi un decennio. C’è quindi esperienza su cui basarsi per fare delle ipotesi sulla probabile durata della lucentezza della poppa di Bandini (e del mio sorriso).Come sempre su Internet si trova tutto ed il contrario di tutto, e separare le cose serie dalle fesserie può non essere semplice. Soprattutto penso sia molto difficile valutare le basi e le aspettative dalle quali poi discendono le valutazioni che si trovano sui forum. E’ ovvio che un lavoro tecnicamente malfatto non può portare a buoni risultati; allo stesso modo se uno pensa di aver trovato il prodotto che risolve il problema una volta e per sempre è destinato ad essere deluso. Tutte queste eventualità sono spesso difficili da valutare nei post dei vari forum, e possono spiegare le differenze di opinione.Comunque sia, tra le varie testimonianze, devo dire poche positive, ho trovato questo articolo su Practical Sailor che mi sembra abbastanza equilibrato. In generale, sembrerebbe che i principali problemi del Poli Glow (e dei prodotti consimili) siano: la durata dello strato acrilico che col tempo tenderebbe a sfogliarsi, e la difficoltà di asportazione del prodotto applicato ed eventualmente rovinatosi. Prospettive fastidiose in effetti, ma (a mio modo di vedere) solo una ennesima dimostrazione dell’ineluttabilità della impermanenza. In realtà la ditta stessa sottolinea la necessità di una manutenzione annuale della superficie trattata, da effettuarsi sovrapponendo un paio di mani di prodotto nelle zone trattate. La cosa ha senso ma (ovviamente) se lo strato originale si sfoglia staccandosi, le possibilità che ne venga comunque fuori una schifezza leopardata ci sono.Per quanto riguarda la rimozione del prodotto applicato, la ditta produtrice offre anche uno specifico prodotto: il Poli Strip del quale sembrerebbe che gli utenti soddisfatti siano pochi. Esistono comunque esperienze con altri stripper e pare che il servizio di supporto della ditta produttrice del Poli Glow sia efficiente.

Insomma, ci sono cascato di nuovo? La mia cronica fascinazione per le soluzioni “eleganti” e tecnologiche, mi ha solo preparato per una nuova delusione? Non lo so. Al solito, sarà il tempo a dare la risposta definitiva (ed io la riporterò su questo blog linkandola all’articolo originale). Al momento (31 Agosto 2017) il risultato è davvero notevole, ma anche con la sfortunata esperienza con i prodotti nanotecnologici per il teak all’inizio il risultato era splendido ma poi è andata come è andata.

Comunque, bando al pessimismo e godiamo dello splendore della poppa di Bandini. Domani vedremo.

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Qualcuno conosce un buon esorcista?

Prima scrivevo molto (moltissimo) di più. Lo dicono i numeri di wordpress.

Ma in quel “prima” avevo più cose da dire o avevo solo più tempo per farlo? Ambedue le cose. D’altra parte quando la tua vita si chiude, si realizza e si completa tra le quattro mura del tuo posto di lavoro (per quanta passione uno possa avere) c’è ben poco da scrivere di barca e di vela.

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Almeno in questo periodo di tempo ho fatto cose interessanti? Penso di si, ma è stata dura. Ho completamente rivoluzionato il mio lavoro mettendo nel cassetto delle ragnatele 20 anni di professione. Sono ripartito da zero, ho studiato tantissimo e sono anche riuscito a tirarne fuori le ossa (quasi) tutte intere. In fondo ho di che essere soddisfatto delle mie scelte e della mia cocciutaggine; se poi tutto ciò sia stato un comportamento saggio è un altro discorso.

Comunque sia, facciamo un breve riassunto delle (mancate) puntate precedenti. Non ci vuole poi molto: in questi ultimi tempi Bandini ha messo la prua fuori dal porto abbastanza di rado. Ad onor del vero però, è giusto dire che insieme ad i miei impegni, anche lei ci ha messo del suo.

Ed ecco la cronistoria:

2014 (quando iniziano i guai…)
I principali guai sono arrivati ad agosto (ovvio, no?) e me li ha dati la tenuta dell’asse (la famosa cuffia Volvo), che dopo pochi giri di elica ha iniziato a fare acqua come una fontana. Impossibile usare il motore, impossibile sistemarla con la barca in acqua, impossibile alare la barca prima di ottobre. E tanti saluti.

2015 (… non finiscono mai)
Finalmente all’inizio del 2015 Bandini è stata alata ed il problema è stato risolto cambiando completamente la cuffia Volvo, quella montata originariamente proprio non andava. Tutto a posto, allora? Neanche un po’. Stavolta a dare problemi ci ha pensato la mia beneamata MaxProp.
Diciamo pure che a motore Bandini non è mai stata un missile ma, a quanto mi risulta, neanche le sue sorelle sparse per il mare lo sono. Non è mai stato un grande problema, l’interessante è che vada bene a vela. Tuttavia se a tutto motore in condizioni di mare piatto e calma di vento un 45 piedi fa circa 3 nodi, un qualche problema c’è. In retromarcia poi, anche al minimo dei giri, le vibrazioni dell’asse erano davvero preoccupanti. Tanti controlli, una diagnosi: problemi col passo dell’elica. Ragionevolmente quando l’asse è stato sfilato per cambiare la cuffia Volvo, l’elica è stata in un qualche modo toccata.

2016 (smonta, rimonta, rismonta, rimonta…)
La faccio breve: nonostante un buon supporto da parte della casa produttrice (che ringrazio) non siamo riusciti a venirne a capo. Dopo parecchi alaggi&vari abbiamo realizzato che l’elica era montata correttamente e con i gradi giusti (il buon Tore, benedetti i Meccanici come lui, ha calcolato il passo dell’elica fissa e tutto tornava). Quindi il problema era nell’elica, nei suoi meccanismi interni, non nella sua regolazione. Ho chiesto scusa a Tore per aver dubitato, abbiamo messo la MaxProp in una scatola di cartone e montato la vecchia tripala fissa. Per quanto mi potesse scocciare perdere un nodo (buono buono) a vela per il drag dell’elica, non c’erano alternative.

2017 (gli uomini fanno progetti e gli dei sorridono)
Già l’anno scorso avevo notato (tra un alaggio&varo e l’altro) che, dopo tanti anni (quanti non so bene) di strati sovrapposti di antivegetativa, l’opera viva di Bandini aveva davvero necessità di essere portata a zero. Sulla carena si era deposto uno strato di almeno 3-4 mm che si sfaldava qui e la, creando una superficie irregolare che ricordava da vicino la faccia della luna. Al di la dell’estetica (problema modesto visto che riguardava la parte immersa), andarsene in giro con l’opera viva ridotta così non è il massimo per l’idrodinamica (questione non trascurabile anche considerando la scarsa velocità della barca).
Dopo aver deciso di metterci mano ho anche fatto la considerazione che quella era anche la volta buona per cambiare antivegetativa e passare alla CopperCoat®, una mia vecchia fissa. Insomma lavoro grosso, lavoro lungo, lavoro da programmare con cura. Peccato che proprio nel mentre che progettavo la cosa in ogni dettaglio, gli dei stessero guardando dalle mie parti. Sorridevano i simpaticoni.

bandini_haulout

4 Marzo 2017, ecco Bandini in secco a Fertilia. Secondo il mio piano, per l’inizio dell’estate sarebbe dovuta essere nuovamente in acqua pronta per la crociera. Ero convinto di aver pianificato tutto per bene, chissà le risate lassù.

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Well, I’m back. (S. Gamgee)

man_evo-involution

Primo dubbio: che cosa si scrive dopo quasi un anno di assenza? Ciao a tutti? Boh, figurati.

Al di la del fatto che non so chi si possa essersi reso conto della lunga inattività, il blog di Bandini di sicuro non è mai stato un “vulcano di attività” con tanto di post giornalieri. Diciamo che è un problema di che sente la differenza tra “avere qualcosa da dire” ed “avere da dire qualcosa”. Tutto qua. Comunque sia, questo è un blog personale, dove scrivo per diletto e non mi frega nulla delle statistiche degli accessi (che pure WordPress puntualmente mi invia, in modo che io le possa puntualmente cestinare).

Eccomi, dunque, qui a bordo dopo quasi un anno passato lontano dalla barca a “vivere per lavorare”. C’è altro da dire? No, a parte chiedersi se e quanto ne sia valsa la pena; ma questa è una domanda che è saggio non farsi, tanto indietro non si può tornare al massimo si può guardare.

Come se l’è cavata Bandini in un anno di quasi abbandono? Quasi bene. Se è vero che una buona imbarcazione si sa difendere da se in mare, purtroppo all’ormeggio anche la migliore delle barche non ha grosse possibilità di sfuggire all’idiozia del suo armatore. Nella fattispecie, il genoa (quello nuovo, ovviamente) ha fatto le spese della mia colpevole incuria, sbrindellandosi durante una delle poche sventolate di maestrale di questo inverno passato.

Colpa mia, sia ben chiaro, è innegabile. Sapevo che non era avvolto troppo bene, sapevo che stava per arrivare la maestralata. Ma quella sera ero troppo stanco per andare al porto e l’indomani avevo una conferenza da presiedere. Mi sono quindi affidato al vecchio detto che “bambini e ‘mbriachi il ciel li aiuta”, ma non è stata davvero una gran pensata (anche perchè, in effetti, non rientravo in nessuna delle due categorie). Così è andata, lavoro per il velaio.

Ora siamo di nuovo insieme da quasi una settimana e Bandini ha ripreso l’aspetto da barca curata che merita; a riva c’è il genoa North che anche se non è nuovo è comunque ben più che dignitoso. Siamo pronti. Ma ancora siamo qui in porto, noi due, a farci compagnia aspettando che il buon Tore compaia sul pontile e sistemi i comandi del motore e qualche altra piccolezza fondamentale. La cosa che sembrava semplice ovviamente si è fatta ben più lunga di quanto non pensassimo. Ma aspettiamo con fiducia.motore_2014

 

In fondo non chiediamo poi tanto, giusto di poter uscire dal porto dopo un anno di prigionia, respirare e navigare quanto più possibile ed infine (quando sarà) arrivare sotto la gru di Porto Torres.

Tutto qua.

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Ci sto cascando anche io?

Odissea_Penelope

“Gli uomini fanno progetti e gli dei sorridono”. In effetti questo post potrebbe iniziare proprio con questa frase di Shalev. A volte mi chiedo perchè il sorriso degli dei sia quasi sempre beffardo e quasi mai compiacente; ma forse siamo noi che, malinterpretando, riusciamo a trovare un ghigno anche nel più aperto dei sorrisi.
Comunque sia, le cose degli uomini vanno così e non bisogna prendersela più del dovuto. Fine della filosofia.

La barca non é mai davvero “pronta” e questo é noto. Anche sul più curato veliero del mondo c’é pur sempre qualcosa da sistemare, installare, migliorare… non si finisce mai e Bandini non fa certo eccezzione alla regola. Sul tavolo da carteggio, infatti, continua a trionfare in bella vista un post-it giallo a righe blu con una lista di lavori & lavoretti che, per quanto mi ci dedichi, sembra non esaurirsi mai.

In realtà non posso che dirmi contento dei vari interventi che ho voluto effettuare su Bandini. Ho sistemato quasi tutto ciò che ritenevo mal fatto, ho riparato i danni della simpatica sorpresina fattami da Giove, la barca è abbastanza in efficienza, so cos’altro c’è da fare (ho anche un post-it giallo)… Ma allora perchè ne scrivo? E perchè me ne (ragionevolmente…) preoccupo? In realtà è una mia vecchia fissa e ne ho già scritto qui qualche tempo fa.
La domanda è sempre la stessa: perchè ci si sbatte così tanto per perfezionare un qualcosa che continuamente mostra nuovi aspetti da perfezionare? E’ una reale necessità tecnica o solo un compicato e costoso ansiolitico? E’ solo un modo per potersi dire: “non appena finisco, vado!” con la coscienza tranquilla di chi in fondo sa che si sta baloccando con la tela di Penelope? Non ne ho visto forse altre di barche in eterna “preparazione”?

Chi insegue un sogno non desidera, in realtà, la sua realizzazione, ma vuole solo poter continuare a sognare. (Corto Maltese)

Ci sto cascando anche io?


Per caso, questa scorsa primavera incontro Fabrizio sul molo.

Point d’Interrogation, il suo Sun Legende 41, è in preparazione e si vede. L’albero, a terra da parecchio tempo, è al suo posto con le sartie lucenti, sulla poppa fanno bella mostra di se un Hidrovane (scoprirò che si chiama Bingiu) ed un generatore eolico, più cento altri particolari “d’alto mare”. Tutto questo insieme allo sguardo allegro di Fabrizio dicono che: “Si va, Paolo. Questo inverno si attraversa!”.

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E così è stato. Finita la stagione a Stintino, Fabrizio & Tania hanno mollato gli ormeggi ed issato le vele. Strada ne hanno già fatta parecchia. Chiunque voglia seguire la rotta di Point d’Interrogation, può farlo dal loro blog o anche su FaceBook.

Per la cronaca, Fabrizio non è il solo amico in giro per l’oceano. Orio Terrosu ed il suo Oceanis 473 Forget me not al momento stanno alle Canarie. L’oceano è giusto li davanti.

Buon Vento a tutti voi, ragazzi!

Cavolo, va a finire che manca solo Bandini…

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