La parte dell’occhio (e la “fede” nei miracoli?)

E’ un fatto che, fatte le dovute eccezioni, passiamo parecchio tempo a prenderci cura della nostra barca. Di certo alcuni si concentrano maggiormente sugli aspetti tecnici, ma comunque sostanzialmente tutti abbiamo per l’aspetto esteriore della barca una certa “sensibilità”.
Personalmente non ci vedo nulla di male (lascia che la bellezza di ciò che ami sia quello che fai. Gialal al-Din Rumi), basta giusto non esagerare. Infatti da una parte davvero non amo i tanti nuovi scafi sostanzialmente progettati per fare bella figura in porto, ma francamente anche una barca come Orso Bianco di Tross (delle cui qualità marine assolutamente non dubito) proprio non mi crea alcun piacere estetico.

Mi si potrà obiettare che le barche come Orso Bianco sono state pensate con altri schemi mentali e per altri fini, ma (a mio modo di vedere) ci sono consistenti evidenze che la sapienza, la bellezza e la forza possono tranquillamente coesistere nello stesso scafo (vedi qui sotto).

Vabbè, fine della filosofia. Veniamo a noi.

Bandini è stata varata nel 1994 e per quanto gli standard costruttivi della Wauquiez fossero molto alti, 23 anni sono 23 anni. Tra le strutture che mostrano l’effetto del tempo e degli agenti atmosferici c’è sicuramente il gelcoat delle strutture della coperta che ha perso lo strato più superficiale diventando opaco e poroso. Tutto ciò è francamente fastidioso, nel senso che (anche volendo trascurare l’estetica) la superficie porosa è un ottimo substrato per lo sporco che facilmente vi rimane intrappolato e tocca darci dentro di polish (abrasivo) peggiorando la situazione. Le soluzioni per sistemare il gelcoat non sono poi tante (ahinoi): o lo si rifà nuovo o lo si ricopre periodicamente con prodotti che ne proteggano la superficie. Di solito io utilizzavo un classico polish e parecchio olio di gomito, ma questa volta ho voluto provare qualcosa di nuovo: il Poli Glow.
Commercializzato in Italia da Negozio Equo (col quale, sia chiaro, non ho alcun tipo di accordi commerciali pur essendo buon amico di Roberto Minoia), questo prodotto non contiene ne microabrasivi ne cere, ma consiste in una emulsione acquosa di resina acrilica. Quando viene applicato su una superficie, l’acqua evapora e le micro gocce di resina ivi sospese si fondono creando un sottile strato lucido e resistente. In un certo qual modo è lo stesso principio di funzionamento delle più comuni vernici ad acqua (acriliche o uretaniche) per il parquet di casa.
Da un punto di vista pratico l’applicazione del Poli Glow non è particolarmente difficoltosa. La confezione che ho ricevuto contiene il Poli Prep per il lavaggio della superficie da trattare, una spugnetta per il lavaggio, il Poli Glow vero e proprio col suo applicatore, ed un paio di guanti di vinile. La sequenza di trattamento è semplice: lavaggio col Poli Prep, asciugatura (1 ora), applicazione del Poli Glow (5-6 strati).
Il lavaggio della superficie da trattare va fatto in maniera abbastanza accurata, in modo da ottenere una superficie pulita e di colore omogeneo. Il Poli Glow si presenta come un liquido lattescente con una densità simile all’acqua e va steso con l’apposito applicatore inumidito con acqua dolce. Questa è una cosa importante, perché l’acqua mantiene in emulsione le gocce di resina, sin quando non verranno applicate sulla superficie. Nel complesso, si tratta di una procedura davvero molto semplice. Forse l’unico punto che davvero richiede un po’ di attenzione è la pulizia della superficie da trattare, in modo da garantire un buon supporto per l’applicazione del Poli Glow. Inoltre bisogna considerare che la resina contenuta nel Poli Glow stratificandosi forma uno strato impermeabile che isola il gelcoat sottostante ma che contemporaneamente “imprigiona” ogni eventuale sporco presente.

Che risultati? Beh, come si può vedere dalle foto più sotto i risultati sono ben più che notevoli (i vicini di barca stamane hanno fatto un sacco di complimenti…), anche in considerazione del fatto che la quantità di olio di gomito necessaria è veramente minima. In totale ho applicato 6 strati di Poli Glow sulla vetroresina della poppa, passando in breve tempo da una superficie opaca e porosa ad una superficie lucida e molto liscia al tatto. Onestamente, un lavoro che lascia contenti e soddisfatti.

Quanto durerà tutta questa soddisfazione? Beh, questo è un altro discorso che comunque vale la pena provare a fare.

Iniziamo dicendo che il Poli Glow non è l’unico prodotto di questo tipo sul mercato e che soprattutto negli USA, questa tecnologia è utilizzata da quasi un decennio. C’è quindi esperienza su cui basarsi per fare delle ipotesi sulla probabile durata della lucentezza della poppa di Bandini (e del mio sorriso).
Come sempre su Internet si trova tutto ed il contrario di tutto, e separare le cose serie dalle fesserie può non essere semplice. Soprattutto penso sia molto difficile valutare le basi e le aspettative dalle quali poi discendono le valutazioni che si trovano sui forum. E’ ovvio che un lavoro tecnicamente malfatto non può portare a buoni risultati; allo stesso modo se uno pensa di aver trovato il prodotto che risolve il problema una volta e per sempre è destinato ad essere deluso. Tutte queste eventualità sono spesso difficili da valutare nei post dei vari forum, e possono spiegare le differenze di opinione.
Comunque sia, tra le varie testimonianze, devo dire poche positive, ho trovato questo articolo su Practical Sailor che mi sembra abbastanza equilibrato. In generale, sembrerebbe che i principali problemi del Poli Glow (e dei prodotti consimili) siano: la durata dello strato acrilico che col tempo tenderebbe a sfogliarsi, e la difficoltà di asportazione del prodotto applicato ed eventualmente rovinatosi. Prospettive fastidiose in effetti, ma (a mio modo di vedere) solo una ennesima dimostrazione dell’ineluttabilità della impermanenza. In realtà la ditta stessa sottolinea la necessità di una manutenzione annuale della superficie trattata, da effettuarsi sovrapponendo un paio di mani di prodotto nelle zone trattate. La cosa ha senso ma (ovviamente) se lo strato originale si sfoglia staccandosi, le possibilità che ne venga comunque fuori una schifezza leopardata ci sono.
Per quanto riguarda la rimozione del prodotto applicato, la ditta produtrice offre anche uno specifico prodotto: il Poli Strip del quale sembrerebbe che gli utenti soddisfatti siano pochi. Esistono comunque esperienze con altri stripper e pare che il servizio di supporto della ditta produttrice del Poli Glow sia efficiente.

Insomma, ci sono cascato di nuovo? La mia cronica fascinazione per le soluzioni “eleganti” e tecnologiche, mi ha solo preparato per una nuova delusione? Non lo so. Al solito, sarà il tempo a dare la risposta definitiva (ed io la riporterò su questo blog linkandola all’articolo originale). Al momento (31 Agosto 2017) il risultato è davvero notevole, ma anche con la sfortunata esperienza con i prodotti nanotecnologici per il teak all’inizio il risultato era splendido ma poi è andata come è andata.

Comunque, bando al pessimismo e godiamo dello splendore della poppa di Bandini. Domani vedremo.

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Qualcuno conosce un buon esorcista?

Prima scrivevo molto (moltissimo) di più. Lo dicono i numeri di wordpress.

Ma in quel “prima” avevo più cose da dire o avevo solo più tempo per farlo? Ambedue le cose. D’altra parte quando la tua vita si chiude, si realizza e si completa tra le quattro mura del tuo posto di lavoro (per quanta passione uno possa avere) c’è ben poco da scrivere di barca e di vela.

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Almeno in questo periodo di tempo ho fatto cose interessanti? Penso di si, ma è stata dura. Ho completamente rivoluzionato il mio lavoro mettendo nel cassetto delle ragnatele 20 anni di professione. Sono ripartito da zero, ho studiato tantissimo e sono anche riuscito a tirarne fuori le ossa (quasi) tutte intere. In fondo ho di che essere soddisfatto delle mie scelte e della mia cocciutaggine; se poi tutto ciò sia stato un comportamento saggio è un altro discorso.

Comunque sia, facciamo un breve riassunto delle (mancate) puntate precedenti. Non ci vuole poi molto: in questi ultimi tempi Bandini ha messo la prua fuori dal porto abbastanza di rado. Ad onor del vero però, è giusto dire che insieme ad i miei impegni, anche lei ci ha messo del suo.

Ed ecco la cronistoria:

2014 (quando iniziano i guai…)
I principali guai sono arrivati ad agosto (ovvio, no?) e me li ha dati la tenuta dell’asse (la famosa cuffia Volvo), che dopo pochi giri di elica ha iniziato a fare acqua come una fontana. Impossibile usare il motore, impossibile sistemarla con la barca in acqua, impossibile alare la barca prima di ottobre. E tanti saluti.

2015 (… non finiscono mai)
Finalmente all’inizio del 2015 Bandini è stata alata ed il problema è stato risolto cambiando completamente la cuffia Volvo, quella montata originariamente proprio non andava. Tutto a posto, allora? Neanche un po’. Stavolta a dare problemi ci ha pensato la mia beneamata MaxProp.
Diciamo pure che a motore Bandini non è mai stata un missile ma, a quanto mi risulta, neanche le sue sorelle sparse per il mare lo sono. Non è mai stato un grande problema, l’interessante è che vada bene a vela. Tuttavia se a tutto motore in condizioni di mare piatto e calma di vento un 45 piedi fa circa 3 nodi, un qualche problema c’è. In retromarcia poi, anche al minimo dei giri, le vibrazioni dell’asse erano davvero preoccupanti. Tanti controlli, una diagnosi: problemi col passo dell’elica. Ragionevolmente quando l’asse è stato sfilato per cambiare la cuffia Volvo, l’elica è stata in un qualche modo toccata.

2016 (smonta, rimonta, rismonta, rimonta…)
La faccio breve: nonostante un buon supporto da parte della casa produttrice (che ringrazio) non siamo riusciti a venirne a capo. Dopo parecchi alaggi&vari abbiamo realizzato che l’elica era montata correttamente e con i gradi giusti (il buon Tore, benedetti i Meccanici come lui, ha calcolato il passo dell’elica fissa e tutto tornava). Quindi il problema era nell’elica, nei suoi meccanismi interni, non nella sua regolazione. Ho chiesto scusa a Tore per aver dubitato, abbiamo messo la MaxProp in una scatola di cartone e montato la vecchia tripala fissa. Per quanto mi potesse scocciare perdere un nodo (buono buono) a vela per il drag dell’elica, non c’erano alternative.

2017 (gli uomini fanno progetti e gli dei sorridono)
Già l’anno scorso avevo notato (tra un alaggio&varo e l’altro) che, dopo tanti anni (quanti non so bene) di strati sovrapposti di antivegetativa, l’opera viva di Bandini aveva davvero necessità di essere portata a zero. Sulla carena si era deposto uno strato di almeno 3-4 mm che si sfaldava qui e la, creando una superficie irregolare che ricordava da vicino la faccia della luna. Al di la dell’estetica (problema modesto visto che riguardava la parte immersa), andarsene in giro con l’opera viva ridotta così non è il massimo per l’idrodinamica (questione non trascurabile anche considerando la scarsa velocità della barca).
Dopo aver deciso di metterci mano ho anche fatto la considerazione che quella era anche la volta buona per cambiare antivegetativa e passare alla CopperCoat®, una mia vecchia fissa. Insomma lavoro grosso, lavoro lungo, lavoro da programmare con cura. Peccato che proprio nel mentre che progettavo la cosa in ogni dettaglio, gli dei stessero guardando dalle mie parti. Sorridevano i simpaticoni.

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4 Marzo 2017, ecco Bandini in secco a Fertilia. Secondo il mio piano, per l’inizio dell’estate sarebbe dovuta essere nuovamente in acqua pronta per la crociera. Ero convinto di aver pianificato tutto per bene, chissà le risate lassù.

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Well, I’m back. (S. Gamgee)

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Primo dubbio: che cosa si scrive dopo quasi un anno di assenza? Ciao a tutti? Boh, figurati.

Al di la del fatto che non so chi si possa essersi reso conto della lunga inattività, il blog di Bandini di sicuro non è mai stato un “vulcano di attività” con tanto di post giornalieri. Diciamo che è un problema di che sente la differenza tra “avere qualcosa da dire” ed “avere da dire qualcosa”. Tutto qua. Comunque sia, questo è un blog personale, dove scrivo per diletto e non mi frega nulla delle statistiche degli accessi (che pure WordPress puntualmente mi invia, in modo che io le possa puntualmente cestinare).

Eccomi, dunque, qui a bordo dopo quasi un anno passato lontano dalla barca a “vivere per lavorare”. C’è altro da dire? No, a parte chiedersi se e quanto ne sia valsa la pena; ma questa è una domanda che è saggio non farsi, tanto indietro non si può tornare al massimo si può guardare.

Come se l’è cavata Bandini in un anno di quasi abbandono? Quasi bene. Se è vero che una buona imbarcazione si sa difendere da se in mare, purtroppo all’ormeggio anche la migliore delle barche non ha grosse possibilità di sfuggire all’idiozia del suo armatore. Nella fattispecie, il genoa (quello nuovo, ovviamente) ha fatto le spese della mia colpevole incuria, sbrindellandosi durante una delle poche sventolate di maestrale di questo inverno passato.

Colpa mia, sia ben chiaro, è innegabile. Sapevo che non era avvolto troppo bene, sapevo che stava per arrivare la maestralata. Ma quella sera ero troppo stanco per andare al porto e l’indomani avevo una conferenza da presiedere. Mi sono quindi affidato al vecchio detto che “bambini e ‘mbriachi il ciel li aiuta”, ma non è stata davvero una gran pensata (anche perchè, in effetti, non rientravo in nessuna delle due categorie). Così è andata, lavoro per il velaio.

Ora siamo di nuovo insieme da quasi una settimana e Bandini ha ripreso l’aspetto da barca curata che merita; a riva c’è il genoa North che anche se non è nuovo è comunque ben più che dignitoso. Siamo pronti. Ma ancora siamo qui in porto, noi due, a farci compagnia aspettando che il buon Tore compaia sul pontile e sistemi i comandi del motore e qualche altra piccolezza fondamentale. La cosa che sembrava semplice ovviamente si è fatta ben più lunga di quanto non pensassimo. Ma aspettiamo con fiducia.motore_2014

 

In fondo non chiediamo poi tanto, giusto di poter uscire dal porto dopo un anno di prigionia, respirare e navigare quanto più possibile ed infine (quando sarà) arrivare sotto la gru di Porto Torres.

Tutto qua.

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Ci sto cascando anche io?

Odissea_Penelope

“Gli uomini fanno progetti e gli dei sorridono”. In effetti questo post potrebbe iniziare proprio con questa frase di Shalev. A volte mi chiedo perchè il sorriso degli dei sia quasi sempre beffardo e quasi mai compiacente; ma forse siamo noi che, malinterpretando, riusciamo a trovare un ghigno anche nel più aperto dei sorrisi.
Comunque sia, le cose degli uomini vanno così e non bisogna prendersela più del dovuto. Fine della filosofia.

La barca non é mai davvero “pronta” e questo é noto. Anche sul più curato veliero del mondo c’é pur sempre qualcosa da sistemare, installare, migliorare… non si finisce mai e Bandini non fa certo eccezzione alla regola. Sul tavolo da carteggio, infatti, continua a trionfare in bella vista un post-it giallo a righe blu con una lista di lavori & lavoretti che, per quanto mi ci dedichi, sembra non esaurirsi mai.

In realtà non posso che dirmi contento dei vari interventi che ho voluto effettuare su Bandini. Ho sistemato quasi tutto ciò che ritenevo mal fatto, ho riparato i danni della simpatica sorpresina fattami da Giove, la barca è abbastanza in efficienza, so cos’altro c’è da fare (ho anche un post-it giallo)… Ma allora perchè ne scrivo? E perchè me ne (ragionevolmente…) preoccupo? In realtà è una mia vecchia fissa e ne ho già scritto qui qualche tempo fa.
La domanda è sempre la stessa: perchè ci si sbatte così tanto per perfezionare un qualcosa che continuamente mostra nuovi aspetti da perfezionare? E’ una reale necessità tecnica o solo un compicato e costoso ansiolitico? E’ solo un modo per potersi dire: “non appena finisco, vado!” con la coscienza tranquilla di chi in fondo sa che si sta baloccando con la tela di Penelope? Non ne ho visto forse altre di barche in eterna “preparazione”?

Chi insegue un sogno non desidera, in realtà, la sua realizzazione, ma vuole solo poter continuare a sognare. (Corto Maltese)

Ci sto cascando anche io?


Per caso, questa scorsa primavera incontro Fabrizio sul molo.

Point d’Interrogation, il suo Sun Legende 41, è in preparazione e si vede. L’albero, a terra da parecchio tempo, è al suo posto con le sartie lucenti, sulla poppa fanno bella mostra di se un Hidrovane (scoprirò che si chiama Bingiu) ed un generatore eolico, più cento altri particolari “d’alto mare”. Tutto questo insieme allo sguardo allegro di Fabrizio dicono che: “Si va, Paolo. Questo inverno si attraversa!”.

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E così è stato. Finita la stagione a Stintino, Fabrizio & Tania hanno mollato gli ormeggi ed issato le vele. Strada ne hanno già fatta parecchia. Chiunque voglia seguire la rotta di Point d’Interrogation, può farlo dal loro blog o anche su FaceBook.

Per la cronaca, Fabrizio non è il solo amico in giro per l’oceano. Orio Terrosu ed il suo Oceanis 473 Forget me not al momento stanno alle Canarie. L’oceano è giusto li davanti.

Buon Vento a tutti voi, ragazzi!

Cavolo, va a finire che manca solo Bandini…

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Sano (?) snobbismo

Ketch

Quello che però è sicuro è che io non provo più piacere nel vedere le barche moderne di serie. Ma è un problema mio e devo tenermelo.

Io sento molto lo squallore che si prova camminando lungo i pontili di un marina. File e file di consumistiche barche di plastica. Si respira mediocrità. Non si può passeggiare tra i condomini di una periferia moderna e sentirsi contenti. E pensare che chi fa il picnic settimanale su queste barche allineate senza mollare gli ormeggi è tecnicamente e socialmente soddisfatto. Perchè oltretutto la pubblicità convince che mangiare la carne in scatola e a dare al bambino il cornetto avvolto nel cellophane è un traguardo sociale, ed in fondo è anche vero, perchè i surrogati costano sempre di più delle cose che vanno a surrogare. E questo vale anche per le barche. Sono sempre orgogliosissimi i proprietari dell’ultimo Baltic. Per forza. Hanno speso il doppio di quel che costerebbe una barca della stessa lunghezza fatta da un artigiano, un pezzo unico in legno, ed almeno il quadruplo di una barca in ferro. Come quando si è più orgogliosi se si ha addosso la maglietta di materiale sintetico del tipo che va di moda, rispetto a quando si indossa una maglia di vera lana fatta a mano dalla mamma. Maglia che non è di moda mai, cioè di moda sempre.
(C. Sciarrelli)

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Piccole cose

Occhi

Perchè voler mettere degli occhi sulla prua? Forse perchè che ci sono sempre stati, sin dalla notte dei tempi. Gli oftalmoi dipinti uno a dritta ed uno a sinistra erano sulla prua delle navi fenicie, greche, egiziane, sulle giunche orientali, da molto prima che le prime polene apparissero sulle prue delle grandi navi a vela. Ma mentre la polena spesso voleva solo significare potenza e sfarzo, gli occhi erano li per una ragione molto più seria: proteggevano la nave ed il suo equipaggio. D’altra parte la prua è un punto cruciale della nave, è la sua parte più estrema che fende le acque protesa verso l’ignoto, verso il pericolo.

Su come gli occhi proteggessero la nave ci sono diverse idee. Secondo alcuni gli occhi apotropaici sulla prua delle navi servivano a tener lontani gli spiriti maligni, né più né meno come gli occhi dipinti sulle coppe da vino greche del VI sec. a.C. che impedivano agli spiriti maligni di entrare nel corpo del bevitore insieme col vino. Un altra interpretazione sostiene che gli occhi dipinti sulla prua simbolizzano gli occhi degli Dei, che guidavano e proteggevano gli uomini in mare. Diversamente, secondo altri, gli oftalmoi riflettevano il fatto che la nave era considerata un qualcosa di vivo, con una sua personalità, che dunque aveva bisogno di occhi per poter vedere il cammino davanti a sé.

Sia come sia, penso che una barca deve avere gli occhi a prua sennò come fa ad evitare i guai quando l’equipaggio non può vedere? Ho cercato per un bel po’ l’occhio adatto perchè Bandini potesse vedere il mare avanti a se. Dove trovarlo? Su un libro, su un’immagine, su un’altra barca, su un grafitto, sulla pelle di una donna.

NuovaPrua

L’Occhio di Horus o Udjat è un simbolo antico, viene dall’egitto dei faraoni dove era simbolo di protezione, prosperità e potere regale. I marinai egizi lo dipingevano sulle loro navi, i faraoni sui loro sarcofagi, io (immodestamente) l’ho messo sulla prua di Bandini.

Le barche hanno un’anima. Lo si sa. Lo dicono tutti. Anche il più scettico uomo del mondo, con cui bisognerebbe stare bene attenti a incominciare un discorso sull’anima dell’uomo, non batte ciglio a questa asserzione. Non tutte però. Un gommone non ha un’anima. Non ce l’ha un quarter ton in fibra di carbonio e con la poppa senza specchio, non ce l’ha un portacontainer da duecentocinquanta metri. Ma forse non son barche. Forse ho trovato la definizione di barca. Una cosa fatta per galleggiare che ha l’anima. Le altre sono solo galleggianti. (C Sciarrelli)

La regola del “tre”

Si, mi riferisco proprio a quella che dice: “chi fa da sè…”.

Ho sempre avuto un pò di manualità, ma mi sono sempre dedicato in prima persona alla mia barca soprattutto perché conoscere la propria barca sino all’ultima vite serve per poter gestire efficacemente eventuali guai. Però nonostante tutta l’esperienza fatta negli anni, ho sempre cercato di non oltrepassare i miei limiti lasciando agli “esperti” quanto pensavo fosse oltre la mia portata.

L’anno scorso ho modificato la sistemazione delle antenne GPS e NAVTEX e non volendo fare su mezza barca buchi enormi per far passare i connettori, sono stato obbligato tagliare il loro cavo. Tra l’altro i cavi forniti con le antenne non erano abbastanza lunghi per arrivare al carteggio; tagliarli ed allungarli era quindi necessario oltre che pratico. Tagliare il cavo dell’antenna è cosa VIETATISSIMISSIMISSIMA dal manuale, ma l’ho fatto abbastanza a cuor leggero dato che nella vecchia installazione il cavo era tagliato e giuntato e tutto funzionava. Il problema è stato al momento di giuntare i nuovi cavi, la cosa sembrava parecchio delicata e dunque ho lasciato il lavoro ad un amico esperto che con un microsaldatore ed un pò di pazienza ha fatto il tutto. Risultato: nessun segnale e nessuna spiegazione del perchè, mille controlli solo per raggiungere la convinzione di aver rovinato le antenne. Un anno senza GPS e NAVTEX.

L’altro ieri sera nel mentre che ragionavo sul casino da fare per sbaraccare tutto e passare i cavi delle nuove antenne (sempre che le facciano di lunghezza extra), mi è sorto un dubbio: “ma è davvero tutto a posto?”. Beh, suppongo proprio di si, ha fatto tutto un esperto. Ma l’uomo del dubbio era già in azione e con un tester inizia a scoprire che tutto era in corto. In effetti la saldatura dei TNB è davvero fastidiosa, il mio amico aveva fatto un lavoro coscienzioso ma… i connettori erano saldati male, poco da fare. Vabbè, ora che faccio? E se ci provassi? Anche senza saldare? Giusto per vedere. Detto, fatto. Un pò di tempo per studiare le giuste misure di calza e conduttore, un pò di pazienza per montare i maledetti accrocchi… e tutto funziona. Senza saldare. Forse (forse) ci metterò una goccia di colla conduttiva per circuiti stampati, tanto per dare maggiore solidità.

Giusto due considerazioni:

1) fatti salvi gli interventi che richiedono macchinari particolari, sono sempre più convinto che avendo un minimo di manualità insieme alla voglia di documentarsi appropriatamente e tanta attenzione, uno a bordo può fare praticamente tutto da se.

2) bisogna sempre considerare adeguatamente la saggezza di questo detto: assumption is the mother of all fuckups (la supposizione è la mamma di tutte le cazzate). Il mare e la barca sono una grande palestra dove coltivare ed esercitare il dubbio.

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Grazie Giuseppe

Pur non non avendo più alcuna velleità di competizione, continuo a sostenere che le regate sono una grande cosa per imparare ad andare a vela. Essere “in regata” ti obbliga (non foss’altro che per una questione di amor proprio) a regolare bene la tua barca, a veleggiare anche quando saresti andato a motore o non saresti proprio uscito dal porto.

Ho sempre avuto un pò di paura per le vele di prua. Con OcaGrigia (ed anche con qualche altra barca prima) lo spi era sempre stato una vela ostica, difficile e ho ancora il ricordo un paio di straorzate da capelli bianchi. Forse per questa ragione, pur avendo coscienziosamente preparato gli armi relativi, non avevo mai tirato fuori dalle loro sacche ne il gennaker ne lo spi di Bandini. C’è anche da dire che le loro dimensioni fanno abbastanza paura, 165 mq il gennaker e poco di più lo spi; è vero che hanno ambedue la calza, ma mica si scherza con superfici del genere. Però che peccato, che spreco, pensavo.

Quest’anno ho iscritto Bandini allo splendido campionato “Vento de l’Alguer“, organizzato dalla sezione di Alghero della Lega Navale Italiana; una bella festa di mare aperta a tutti, con tante barche e voglia di divertirsi. Equipaggio di amici ed un dubbio: ci iscriviamo a “vele bianche” o nella classe “sailboat” (cioè con uso di vele di prua)? Beh… per cotanta barca era ovviamente una questione di onore e dunque eccoci iscritti come “sailboat”. Essendo davvero troppo pochi per dare su lo spi, puntiamo tutto sul gennaker. Come al solito spediamo a prua il povero Giuseppe che smadonna, ma d’altra parte c’è sempre stato lui a prua e quindi che protesta a fare? Onestamente non deve essere stato proprio banale riuscire a gestire per bene il dannato arnese, complice un difetto alla calza ed i moschettoni difettosi che ci hanno lasciato più volte con la vela in aria e senza controllo facendoci fare davvero dei “bei” numeri. Ma l’uomo è capace e buon marinaio, ed una volta risolti i problemi e prese per bene le misure… beh, la foto dice tutto! Grazie, Giuseppe.

BellaVela

Ah, come siamo andati? Beh… nella prima ultimi, ovviamente, ma nella seconda ottavi (su tredici) 🙂

Piccolo cabotaggio

Il cosiddetto piccolo cabotaggio è un trasporto marittimo tra porti vicini per cui bastano per la navigazione piccole o medie imbarcazioni. La stessa espressione si usa in senso figurato per indicare un’attività di poco rischio e poco prestigio.” (Wikipedia)

Bisogno di farsi una scappata da qualche parte. Tutto qui. Nulla di estremo, per carità, una piccola fuga verso sud. Il tanto di tirare il fiato e respirare un pò d’aria di mare. Via dal porto anche se è un pò tardi ed anche se non c’è proprio vento. La rada di Bosa non è lontana ed anche se non amo troppo gli atterraggi notturni, non fa niente. Come previsto, si va con una fisiologica punta d’ansia ma anche il piacere di carteggiare (non ho cartografico), cercare i fanali, capire la costa, ancorare coscienziosamente, navigare. Nulla di che, in fondo. Una scia sul mare, una traccia su YouPosition, andata e ritorno.
Ma in porto, mentre rigoverno non faccio che pensare a quanto mi era naturale stare in mare e l’idea di continuare a navigare, l’idea di proseguire, di andare è sempre più viva e presente.
Sicilia? Grecia? Turchia? Gibilterra?

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“Solo gli imbecilli non temono il mare.” (A. Pérez-Reverte)

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E’ sempre difficile recensire un libro; peggio che mai se si tratta di narrativa e non di un libro “tecnico”, dove è più facile individuare meriti e difetti al di la dei gusti personali. Ciononostante ho deciso di lanciarmi nell’impresa perché ho davvero apprezzato “Le barche si perdono a terra. Scritti su barche, mari e marinai (1984-2012)” e penso che sia giusto dare rilievo (nel mio piccolo) ad un bel libro.

Ho acquistato il libro di Pérez-Reverte per puro caso, attirato dal titolo e dalla copertina; l’opera sconosciuta di un autore sconosciuto è stata una piacevolissima sorpresa. Ad onor di cronaca, insieme al libro sconosciuto ho acquistato il ben più noto “Il mare nell’anima” di Luca Goldoni: non sono riuscito ad andare oltre la decima pagina. Capita.

Le barche si perdono a terra raccoglie testi e articoli (alcuni inediti) di Arturo Pérez-Reverte su mare, barche e marinai, la maggior parte dei quali proveniente dalla sua colonna «Patente de Corso» pubblicata su XL Semanal.

Ho letto il libro con piacere e passione, trovandoci tanto mare dentro. Mare vero e mare letterario (entrambi amati oltremisura dall’autore), ma anche storia, sogno, passione civica, idealismo e qualche rimpianto per tempi, cose e persone passate.
Il mare e la storia delle sue genti, incarnano l’amore di Pérez-Reverte per l’avventura, per la meraviglia del mondo, per il coraggio ed il senso dell’onore. Una visione romantica e démodé, se vogliamo, comunque non priva di umorismo e di una certa qual leggerezza.

La prosa è lucida, decisa, spesso tagliente quando non feroce tout court. Di sicuro l’autore ha le sue idee ben chiare e precise e se si può concordare o meno con ciò che egli scrive, di certo non si può dire che il suo pensiero non sia espresso con estrema chiarezza. Iconoclasta? Sognatore? Politicamente scorretto? Aggettivi buoni come altri; ma non è semplice etichettare l’unico spagnolo al mondo (almeno credo) che ancora si permette di chiamare gli Inglesi “cani”, pur senza nascondere una sincera ammirazione per le loro capacità di marinai.
Ma forse ciò che più traspare dagli scritti di Pérez-Reverte è l’animo da corsaro. Non é difficile figurarsi il suo sorriso diabolico dopo aver a lungo inseguito, raggiunto e distrutto con immaginarie cannonate lo sloop di due ignari pensionati inglesi. Poveretti, che ne sapevano loro che c’era una vela corsara in agguato lungo la costa spagnola?

PReverte

“Ciò che più amo del mare è la sua indifferenza per le passioni e i sentimenti degli uomini. E’ crudele e ingiusto: una magnifica metafora dell’universo. Molto più sincero della terraferma, dove è più facile ingannare se stessi sulla vera natura delle cose.”

Ecco qua, tutto qua. In fondo è un libro per marinai, sognatori, romantici. 15 euro ben spesi

Arturo Pérez-Reverte “Le barche si perdono a terra. Scritti su barche, mari e marinai (1984-2012)” Marco Tropea Editore, Collana “I narratori”, ISBN 9788855802260.

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