Well, I’m back. (S. Gamgee)

man_evo-involution

Primo dubbio: che cosa si scrive dopo quasi un anno di assenza? Ciao a tutti? Boh, figurati.

Al di la del fatto che non so chi si possa essersi reso conto della lunga inattività, il blog di Bandini di sicuro non è mai stato un “vulcano di attività” con tanto di post giornalieri. Diciamo che è un problema di che sente la differenza tra “avere qualcosa da dire” ed “avere da dire qualcosa”. Tutto qua. Comunque sia, questo è un blog personale, dove scrivo per diletto e non mi frega nulla delle statistiche degli accessi (che pure WordPress puntualmente mi invia, in modo che io le possa puntualmente cestinare).

Eccomi, dunque, qui a bordo dopo quasi un anno passato lontano dalla barca a “vivere per lavorare”. C’è altro da dire? No, a parte chiedersi se e quanto ne sia valsa la pena; ma questa è una domanda che è saggio non farsi, tanto indietro non si può tornare al massimo si può guardare.

Come se l’è cavata Bandini in un anno di quasi abbandono? Quasi bene. Se è vero che una buona imbarcazione si sa difendere da se in mare, purtroppo all’ormeggio anche la migliore delle barche non ha grosse possibilità di sfuggire all’idiozia del suo armatore. Nella fattispecie, il genoa (quello nuovo, ovviamente) ha fatto le spese della mia colpevole incuria, sbrindellandosi durante una delle poche sventolate di maestrale di questo inverno passato.

Colpa mia, sia ben chiaro, è innegabile. Sapevo che non era avvolto troppo bene, sapevo che stava per arrivare la maestralata. Ma quella sera ero troppo stanco per andare al porto e l’indomani avevo una conferenza da presiedere. Mi sono quindi affidato al vecchio detto che “bambini e ‘mbriachi il ciel li aiuta”, ma non è stata davvero una gran pensata (anche perchè, in effetti, non rientravo in nessuna delle due categorie). Così è andata, lavoro per il velaio.

Ora siamo di nuovo insieme da quasi una settimana e Bandini ha ripreso l’aspetto da barca curata che merita; a riva c’è il genoa North che anche se non è nuovo è comunque ben più che dignitoso. Siamo pronti. Ma ancora siamo qui in porto, noi due, a farci compagnia aspettando che il buon Tore compaia sul pontile e sistemi i comandi del motore e qualche altra piccolezza fondamentale. La cosa che sembrava semplice ovviamente si è fatta ben più lunga di quanto non pensassimo. Ma aspettiamo con fiducia.motore_2014

 

In fondo non chiediamo poi tanto, giusto di poter uscire dal porto dopo un anno di prigionia, respirare e navigare quanto più possibile ed infine (quando sarà) arrivare sotto la gru di Porto Torres.

Tutto qua.

Pubblicato in Lifestyle and Philosophy | Lascia un commento

Ci sto cascando anche io?

Odissea_Penelope

“Gli uomini fanno progetti e gli dei sorridono”. In effetti questo post potrebbe iniziare proprio con questa frase di Shalev. A volte mi chiedo perchè il sorriso degli dei sia quasi sempre beffardo e quasi mai compiacente; ma forse siamo noi che, malinterpretando, riusciamo a trovare un ghigno anche nel più aperto dei sorrisi.
Comunque sia, le cose degli uomini vanno così e non bisogna prendersela più del dovuto. Fine della filosofia.

La barca non é mai davvero “pronta” e questo é noto. Anche sul più curato veliero del mondo c’é pur sempre qualcosa da sistemare, installare, migliorare… non si finisce mai e Bandini non fa certo eccezzione alla regola. Sul tavolo da carteggio, infatti, continua a trionfare in bella vista un post-it giallo a righe blu con una lista di lavori & lavoretti che, per quanto mi ci dedichi, sembra non esaurirsi mai.

In realtà non posso che dirmi contento dei vari interventi che ho voluto effettuare su Bandini. Ho sistemato quasi tutto ciò che ritenevo mal fatto, ho riparato i danni della simpatica sorpresina fattami da Giove, la barca è abbastanza in efficienza, so cos’altro c’è da fare (ho anche un post-it giallo)… Ma allora perchè ne scrivo? E perchè me ne (ragionevolmente…) preoccupo? In realtà è una mia vecchia fissa e ne ho già scritto qui qualche tempo fa.
La domanda è sempre la stessa: perchè ci si sbatte così tanto per perfezionare un qualcosa che continuamente mostra nuovi aspetti da perfezionare? E’ una reale necessità tecnica o solo un compicato e costoso ansiolitico? E’ solo un modo per potersi dire: “non appena finisco, vado!” con la coscienza tranquilla di chi in fondo sa che si sta baloccando con la tela di Penelope? Non ne ho visto forse altre di barche in eterna “preparazione”?

Chi insegue un sogno non desidera, in realtà, la sua realizzazione, ma vuole solo poter continuare a sognare. (Corto Maltese)

Ci sto cascando anche io?


Per caso, questa scorsa primavera incontro Fabrizio sul molo.

Point d’Interrogation, il suo Sun Legende 41, è in preparazione e si vede. L’albero, a terra da parecchio tempo, è al suo posto con le sartie lucenti, sulla poppa fanno bella mostra di se un Hidrovane (scoprirò che si chiama Bingiu) ed un generatore eolico, più cento altri particolari “d’alto mare”. Tutto questo insieme allo sguardo allegro di Fabrizio dicono che: “Si va, Paolo. Questo inverno si attraversa!”.

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

E così è stato. Finita la stagione a Stintino, Fabrizio & Tania hanno mollato gli ormeggi ed issato le vele. Strada ne hanno già fatta parecchia. Chiunque voglia seguire la rotta di Point d’Interrogation, può farlo dal loro blog o anche su FaceBook.

Per la cronaca, Fabrizio non è il solo amico in giro per l’oceano. Orio Terrosu ed il suo Oceanis 473 Forget me not al momento stanno alle Canarie. L’oceano è giusto li davanti.

Buon Vento a tutti voi, ragazzi!

Cavolo, va a finire che manca solo Bandini…

Pubblicato in Lifestyle and Philosophy | 2 commenti

Sano (?) snobbismo

Ketch

Quello che però è sicuro è che io non provo più piacere nel vedere le barche moderne di serie. Ma è un problema mio e devo tenermelo.

Io sento molto lo squallore che si prova camminando lungo i pontili di un marina. File e file di consumistiche barche di plastica. Si respira mediocrità. Non si può passeggiare tra i condomini di una periferia moderna e sentirsi contenti. E pensare che chi fa il picnic settimanale su queste barche allineate senza mollare gli ormeggi è tecnicamente e socialmente soddisfatto. Perchè oltretutto la pubblicità convince che mangiare la carne in scatola e a dare al bambino il cornetto avvolto nel cellophane è un traguardo sociale, ed in fondo è anche vero, perchè i surrogati costano sempre di più delle cose che vanno a surrogare. E questo vale anche per le barche. Sono sempre orgogliosissimi i proprietari dell’ultimo Baltic. Per forza. Hanno speso il doppio di quel che costerebbe una barca della stessa lunghezza fatta da un artigiano, un pezzo unico in legno, ed almeno il quadruplo di una barca in ferro. Come quando si è più orgogliosi se si ha addosso la maglietta di materiale sintetico del tipo che va di moda, rispetto a quando si indossa una maglia di vera lana fatta a mano dalla mamma. Maglia che non è di moda mai, cioè di moda sempre.
(C. Sciarrelli)

Pubblicato in Lifestyle and Philosophy | Lascia un commento

Piccole cose

Occhi

Perchè voler mettere degli occhi sulla prua? Forse perchè che ci sono sempre stati, sin dalla notte dei tempi. Gli oftalmoi dipinti uno a dritta ed uno a sinistra erano sulla prua delle navi fenicie, greche, egiziane, sulle giunche orientali, da molto prima che le prime polene apparissero sulle prue delle grandi navi a vela. Ma mentre la polena spesso voleva solo significare potenza e sfarzo, gli occhi erano li per una ragione molto più seria: proteggevano la nave ed il suo equipaggio. D’altra parte la prua è un punto cruciale della nave, è la sua parte più estrema che fende le acque protesa verso l’ignoto, verso il pericolo.

Su come gli occhi proteggessero la nave ci sono diverse idee. Secondo alcuni gli occhi apotropaici sulla prua delle navi servivano a tener lontani gli spiriti maligni, né più né meno come gli occhi dipinti sulle coppe da vino greche del VI sec. a.C. che impedivano agli spiriti maligni di entrare nel corpo del bevitore insieme col vino. Un altra interpretazione sostiene che gli occhi dipinti sulla prua simbolizzano gli occhi degli Dei, che guidavano e proteggevano gli uomini in mare. Diversamente, secondo altri, gli oftalmoi riflettevano il fatto che la nave era considerata un qualcosa di vivo, con una sua personalità, che dunque aveva bisogno di occhi per poter vedere il cammino davanti a sé.

Sia come sia, penso che una barca deve avere gli occhi a prua sennò come fa ad evitare i guai quando l’equipaggio non può vedere? Ho cercato per un bel po’ l’occhio adatto perchè Bandini potesse vedere il mare avanti a se. Dove trovarlo? Su un libro, su un’immagine, su un’altra barca, su un grafitto, sulla pelle di una donna.

NuovaPrua

L’Occhio di Horus o Udjat è un simbolo antico, viene dall’egitto dei faraoni dove era simbolo di protezione, prosperità e potere regale. I marinai egizi lo dipingevano sulle loro navi, i faraoni sui loro sarcofagi, io (immodestamente) l’ho messo sulla prua di Bandini.

Le barche hanno un’anima. Lo si sa. Lo dicono tutti. Anche il più scettico uomo del mondo, con cui bisognerebbe stare bene attenti a incominciare un discorso sull’anima dell’uomo, non batte ciglio a questa asserzione. Non tutte però. Un gommone non ha un’anima. Non ce l’ha un quarter ton in fibra di carbonio e con la poppa senza specchio, non ce l’ha un portacontainer da duecentocinquanta metri. Ma forse non son barche. Forse ho trovato la definizione di barca. Una cosa fatta per galleggiare che ha l’anima. Le altre sono solo galleggianti. (C Sciarrelli)

La regola del “tre”

Si, mi riferisco proprio a quella che dice: “chi fa da sè…”.

Ho sempre avuto un pò di manualità, ma mi sono sempre dedicato in prima persona alla mia barca soprattutto perché conoscere la propria barca sino all’ultima vite serve per poter gestire efficacemente eventuali guai. Però nonostante tutta l’esperienza fatta negli anni, ho sempre cercato di non oltrepassare i miei limiti lasciando agli “esperti” quanto pensavo fosse oltre la mia portata.

L’anno scorso ho modificato la sistemazione delle antenne GPS e NAVTEX e non volendo fare su mezza barca buchi enormi per far passare i connettori, sono stato obbligato tagliare il loro cavo. Tra l’altro i cavi forniti con le antenne non erano abbastanza lunghi per arrivare al carteggio; tagliarli ed allungarli era quindi necessario oltre che pratico. Tagliare il cavo dell’antenna è cosa VIETATISSIMISSIMISSIMA dal manuale, ma l’ho fatto abbastanza a cuor leggero dato che nella vecchia installazione il cavo era tagliato e giuntato e tutto funzionava. Il problema è stato al momento di giuntare i nuovi cavi, la cosa sembrava parecchio delicata e dunque ho lasciato il lavoro ad un amico esperto che con un microsaldatore ed un pò di pazienza ha fatto il tutto. Risultato: nessun segnale e nessuna spiegazione del perchè, mille controlli solo per raggiungere la convinzione di aver rovinato le antenne. Un anno senza GPS e NAVTEX.

L’altro ieri sera nel mentre che ragionavo sul casino da fare per sbaraccare tutto e passare i cavi delle nuove antenne (sempre che le facciano di lunghezza extra), mi è sorto un dubbio: “ma è davvero tutto a posto?”. Beh, suppongo proprio di si, ha fatto tutto un esperto. Ma l’uomo del dubbio era già in azione e con un tester inizia a scoprire che tutto era in corto. In effetti la saldatura dei TNB è davvero fastidiosa, il mio amico aveva fatto un lavoro coscienzioso ma… i connettori erano saldati male, poco da fare. Vabbè, ora che faccio? E se ci provassi? Anche senza saldare? Giusto per vedere. Detto, fatto. Un pò di tempo per studiare le giuste misure di calza e conduttore, un pò di pazienza per montare i maledetti accrocchi… e tutto funziona. Senza saldare. Forse (forse) ci metterò una goccia di colla conduttiva per circuiti stampati, tanto per dare maggiore solidità.

Giusto due considerazioni:

1) fatti salvi gli interventi che richiedono macchinari particolari, sono sempre più convinto che avendo un minimo di manualità insieme alla voglia di documentarsi appropriatamente e tanta attenzione, uno a bordo può fare praticamente tutto da se.

2) bisogna sempre considerare adeguatamente la saggezza di questo detto: assumption is the mother of all fuckups (la supposizione è la mamma di tutte le cazzate). Il mare e la barca sono una grande palestra dove coltivare ed esercitare il dubbio.

If-youre-not-part-of-the-solution-youre-part-of-the-problem

Grazie Giuseppe

Pur non non avendo più alcuna velleità di competizione, continuo a sostenere che le regate sono una grande cosa per imparare ad andare a vela. Essere “in regata” ti obbliga (non foss’altro che per una questione di amor proprio) a regolare bene la tua barca, a veleggiare anche quando saresti andato a motore o non saresti proprio uscito dal porto.

Ho sempre avuto un pò di paura per le vele di prua. Con OcaGrigia (ed anche con qualche altra barca prima) lo spi era sempre stato una vela ostica, difficile e ho ancora il ricordo un paio di straorzate da capelli bianchi. Forse per questa ragione, pur avendo coscienziosamente preparato gli armi relativi, non avevo mai tirato fuori dalle loro sacche ne il gennaker ne lo spi di Bandini. C’è anche da dire che le loro dimensioni fanno abbastanza paura, 165 mq il gennaker e poco di più lo spi; è vero che hanno ambedue la calza, ma mica si scherza con superfici del genere. Però che peccato, che spreco, pensavo.

Quest’anno ho iscritto Bandini allo splendido campionato “Vento de l’Alguer“, organizzato dalla sezione di Alghero della Lega Navale Italiana; una bella festa di mare aperta a tutti, con tante barche e voglia di divertirsi. Equipaggio di amici ed un dubbio: ci iscriviamo a “vele bianche” o nella classe “sailboat” (cioè con uso di vele di prua)? Beh… per cotanta barca era ovviamente una questione di onore e dunque eccoci iscritti come “sailboat”. Essendo davvero troppo pochi per dare su lo spi, puntiamo tutto sul gennaker. Come al solito spediamo a prua il povero Giuseppe che smadonna, ma d’altra parte c’è sempre stato lui a prua e quindi che protesta a fare? Onestamente non deve essere stato proprio banale riuscire a gestire per bene il dannato arnese, complice un difetto alla calza ed i moschettoni difettosi che ci hanno lasciato più volte con la vela in aria e senza controllo facendoci fare davvero dei “bei” numeri. Ma l’uomo è capace e buon marinaio, ed una volta risolti i problemi e prese per bene le misure… beh, la foto dice tutto! Grazie, Giuseppe.

BellaVela

Ah, come siamo andati? Beh… nella prima ultimi, ovviamente, ma nella seconda ottavi (su tredici)🙂

Piccolo cabotaggio

Il cosiddetto piccolo cabotaggio è un trasporto marittimo tra porti vicini per cui bastano per la navigazione piccole o medie imbarcazioni. La stessa espressione si usa in senso figurato per indicare un’attività di poco rischio e poco prestigio.” (Wikipedia)

Bisogno di farsi una scappata da qualche parte. Tutto qui. Nulla di estremo, per carità, una piccola fuga verso sud. Il tanto di tirare il fiato e respirare un pò d’aria di mare. Via dal porto anche se è un pò tardi ed anche se non c’è proprio vento. La rada di Bosa non è lontana ed anche se non amo troppo gli atterraggi notturni, non fa niente. Come previsto, si va con una fisiologica punta d’ansia ma anche il piacere di carteggiare (non ho cartografico), cercare i fanali, capire la costa, ancorare coscienziosamente, navigare. Nulla di che, in fondo. Una scia sul mare, una traccia su YouPosition, andata e ritorno.
Ma in porto, mentre rigoverno non faccio che pensare a quanto mi era naturale stare in mare e l’idea di continuare a navigare, l’idea di proseguire, di andare è sempre più viva e presente.
Sicilia? Grecia? Turchia? Gibilterra?

Pubblicato in Lifestyle and Philosophy | Lascia un commento

“Solo gli imbecilli non temono il mare.” (A. Pérez-Reverte)

APR_cover

E’ sempre difficile recensire un libro; peggio che mai se si tratta di narrativa e non di un libro “tecnico”, dove è più facile individuare meriti e difetti al di la dei gusti personali. Ciononostante ho deciso di lanciarmi nell’impresa perché ho davvero apprezzato “Le barche si perdono a terra. Scritti su barche, mari e marinai (1984-2012)” e penso che sia giusto dare rilievo (nel mio piccolo) ad un bel libro.

Ho acquistato il libro di Pérez-Reverte per puro caso, attirato dal titolo e dalla copertina; l’opera sconosciuta di un autore sconosciuto è stata una piacevolissima sorpresa. Ad onor di cronaca, insieme al libro sconosciuto ho acquistato il ben più noto “Il mare nell’anima” di Luca Goldoni: non sono riuscito ad andare oltre la decima pagina. Capita.

Le barche si perdono a terra raccoglie testi e articoli (alcuni inediti) di Arturo Pérez-Reverte su mare, barche e marinai, la maggior parte dei quali proveniente dalla sua colonna «Patente de Corso» pubblicata su XL Semanal.

Ho letto il libro con piacere e passione, trovandoci tanto mare dentro. Mare vero e mare letterario (entrambi amati oltremisura dall’autore), ma anche storia, sogno, passione civica, idealismo e qualche rimpianto per tempi, cose e persone passate.
Il mare e la storia delle sue genti, incarnano l’amore di Pérez-Reverte per l’avventura, per la meraviglia del mondo, per il coraggio ed il senso dell’onore. Una visione romantica e démodé, se vogliamo, comunque non priva di umorismo e di una certa qual leggerezza.

La prosa è lucida, decisa, spesso tagliente quando non feroce tout court. Di sicuro l’autore ha le sue idee ben chiare e precise e se si può concordare o meno con ciò che egli scrive, di certo non si può dire che il suo pensiero non sia espresso con estrema chiarezza. Iconoclasta? Sognatore? Politicamente scorretto? Aggettivi buoni come altri; ma non è semplice etichettare l’unico spagnolo al mondo (almeno credo) che ancora si permette di chiamare gli Inglesi “cani”, pur senza nascondere una sincera ammirazione per le loro capacità di marinai.
Ma forse ciò che più traspare dagli scritti di Pérez-Reverte è l’animo da corsaro. Non é difficile figurarsi il suo sorriso diabolico dopo aver a lungo inseguito, raggiunto e distrutto con immaginarie cannonate lo sloop di due ignari pensionati inglesi. Poveretti, che ne sapevano loro che c’era una vela corsara in agguato lungo la costa spagnola?

PReverte

“Ciò che più amo del mare è la sua indifferenza per le passioni e i sentimenti degli uomini. E’ crudele e ingiusto: una magnifica metafora dell’universo. Molto più sincero della terraferma, dove è più facile ingannare se stessi sulla vera natura delle cose.”

Ecco qua, tutto qua. In fondo è un libro per marinai, sognatori, romantici. 15 euro ben spesi

Arturo Pérez-Reverte “Le barche si perdono a terra. Scritti su barche, mari e marinai (1984-2012)” Marco Tropea Editore, Collana “I narratori”, ISBN 9788855802260.

Pubblicato in Lifestyle and Philosophy | Lascia un commento

Meglio un piccolo “click” ?

tabarlyNotte stellata di fine agosto, da qualche parte a mezza strada tra Mahon ed Alghero. Mare calmo, motore, autopilota; sono di guardia da solo mentre il resto dell’equipaggio ronfa.
È proprio in questa situazione idilliaca che ho appreso quanto poco ci voglia a perdersi. Il fatto: per una serie di ragioni sono a prua in piedi sul pulpito che prendo a calci il rollafiocco, finito il lavoro scendo e mentre rientro in pozzetto una piccola onda mi fa traballare. Li per li non ci do peso. Poi, seduto in pozzetto inizio a sudare freddo avendo realizzato che se quella piccola onda fosse arrivata un minuto prima, ora sarei stato a bagno a guardare la luce di coronamento che si allontanava, senza speranza di salvezza. “Onda su onda” cantava Paolo Conte, ma nel mio caso l’isola distava 90 miglia e non ci sarebbero stati donne di sogno, banane e lamponi.

Glenans

“Meglio un piccolo click di un grande pluff”, questo è il mantra che il Manuale dei Glenans ripete quasi ad ogni pagina. Dubbi? Nessuno, Tabarly docet (purtroppo).

Lo scampato pericolo insegna ed oggi su Bandini la lifeline (o jackline, all’inglese) è in fettuccia ad alto carico, il penzolo (6 piedi, cima da mezzo pollice) realizzato come da manuale, le cinture di sicurezza omologate. Di notte o in condizioni dure ci si lega, tutti, nessuna eccezione.

Massima sicurezza, quindi? No, o quantomeno non del tutto.

Il sistema cintura di sicurezza-lifeline, per quanto universalmente riconosciuto valido ed accettato, ha due punti deboli (ben noti, vedi Yachting World, sailingbreezes ed altri) e cioè: 1) la lunghezza del penzolo; 2) il punto di attacco del penzolo sulla cintura di sicurezza.
Il primo problema è il classico caso di “botte piena e moglie ubriaca”: un penzolo corto è poco pratico, impaccia nei movimenti e proprio per questo rischia di non venire utilizzato, specie se si è di fretta. Diversamente, un penzolo lungo non impiccia ma non garantisce neanche di rimanere a bordo in caso di incidente. In pratica ci si potrebbe ritrovare legati alla barca, ma trascinati in acqua fuori bordo.
A questo punto entra in gioco il secondo problema: il punto di attacco del penzolo sulla cintura di sicurezza è necessariamente frontale, di solito all’altezza del pettorale: l’uomo fuori bordo viene dunque trascinato dalla barca con la faccia in acqua. Dato che nessuno ha la forza di tirarsi su se la barca si muove anche poco, senza un immediato intervento dell’equipaggio è impossibile non annegare. Purtroppo è già successo in diverse occasioni. Neanche l’introduzione dei giubbotti autogonfiabili con imbrago integrato risolve il problema; i giubbotti sono progettati per tenere l’uomo a galla con la faccia fuori dall’acqua in condizioni di galleggiamento statico, se l’uomo è trascinato dalla barca la sua faccia è sempre in giù. Questo tipo di dotazioni ingenera, quindi, una falsa sicurezza, paradossalmente peggiorando il problema che dovevano risolvere.
Quanto sia seria la questione lo dimostrano sia le prove in mare effettuate dalla rivista Practical Boat Owner e pubblicate sul numero Summer 2012 (l’articolo “Tether Terror“, pp 38-43, è scaricabile a pagamento), sia l’editoriale di Robin Knox-Johnston sul numero di Agosto 2012 di Yachting World. Practical Boat Owner ha anche realizzato un video a dir poco illuminante (ma con una colonna sonora oscena…):

Non potendosi (per ovvii motivi di praticità) spostare il punto di attacco del penzolo, sono state proposte varie soluzioni, alcune incentrate su interventi sulle lifelines, con l’obiettivo di evitare che si possa finire completamente fuori bordo; altre (forse più pratiche) basate sullo sviluppo di manovre di arresto ultrarapido tali da ridurre la velocità della barca a meno di due nodi nel più breve tempo possibile (un minuto), in modo che l’uomo fuori bordo sopravviva. Ambedue gli approcci hanno parecchi problemi che non sto qui a discutere solo perchè (finalmente), un giovane ingegnere appassionato velista ha risolto la questione in via definitiva.
Come spesso accade, la soluzione a problemi apparentemente complicati è semplice, a condizione di pensare fuori dagli schemi. In un normale giubbotto autogonfiabile con imbrago integrato, l’anello di attacco del penzolo (frontale come sempre) è collegato ad un meccanismo di sgancio sotto carico che rimanda al vero punto di attacco posto tra le spalle. Quando lo sforzo sul penzolo supera un valore soglia, l’anello si stacca ed il punto di tiro viene spostato in maniera tale da garantire (grazie anche al rigonfiamento del giubbotto) che l’uomo venga trascinato a faccia in su. L’uovo di Colombo, isomma, oggi brevettato e disponibile su teamomarine.com.

Ok, anche la colonna sonora di questo video non è davvero il top, ma… accontentiamoci di galleggiare a faccia in su e non affogare.

Fra le tante possibilità credo questa sia la più razionale, ecco perchè questi saranno i futuri giubbotti autogonfiabili a bordo di Bandini.

Pubblicato in Technical | 1 commento

Caffeina mon amour

toto-e-peppino

Tra le tante verità trovate sul prezioso libro di Lizzi e Carlo Auriemma “Partire. Consigli e istruzioni per realizzare un sogno“, c’è che il caffè a bordo è di solito così pietoso che è meglio sostituirlo col the e tanti saluti. Inoltre (al di la dell’aspetto puramente gustativo) la classica moka, per l’innalzarsi del suo baricentro proprio quando è piena di caffè bollente, è un aggeggio ben poco adatto a stare in una barca che rolla o beccheggia.

Allora: io adoro il buon the e ne bevo ettolitri ma, per quanto mi riguarda, al caffè del mattino non esiste alcun tipo di alternativa praticabile. Perciò ho continuato, tristemente, con la moka.

La soluzione (come spesso accade) è venuta da altri barcaioli, più precisamente dall’equipaggio del Downunder, un Centurion 45S attualmente in giro per il mondo. In questo caso la trovata si chiama Kamira ed è un curioso ed innovativo modello di caffettiera ideata e fabbricata in Sicilia. Acquistabile direttamente online su www.kamiraonline.com, la Kamira (ad oggi) costa 59 euro.

A guardarlo nelle foto l’aggeggio mi aveva incuriosito e mi sono, quindi, messo alla ricerca di informazioni per capire se ne valesse la pena. Se in ambiente nautico la Kamira è sostanzialmente sconosciuta, ho trovato molte notizie sui siti web dei camperisti (che sono un pò dei barcaioli terricoli, tutto sommato). Come sempre c’è chi la ama e chi no, ma nel complesso i pareri mi sembravano positivi e quindi l’ho comprata.

kamiraNon me ne sono pentito. Sicuramente è una questione di gusti, ci mancherebbe, ma secondo me la Kamira permette di fare un onesto, buon espresso (adesso la ho portata a casa e la uso tutti i giorni) ed a bordo è perfetta. Inoltre è semplice da usare (bisogna giusto farci un pò la mano), di dimensioni contenute, realizzata in acciaio inox, funziona benissimo col fornello di bordo avendo una base di appoggio larga e bassa facile da bloccare, non usa cialde ma normale caffè macinato.

Il caffè è pronto in un minuto (davvero) e rimane denso e forte; c’è forse davvero un pò troppa schiuma sulla superficie ma questo è un difetto tutto sommato passabilissimo, quantomeno per quanto mi riguarda.

Un buon acquisto, quindi, che mi sento di consigliare a cuor leggero.

D’altra parte quali sono le alternative? Adattarsi ai difetti della moka o mettere su un inverter grosso per far funzionare una macchinetta elettrica ingombrante e fastidiosa. Non è roba per me.

PS: il titolo del post è ispirato da un bel librino: Caffeina mon amour. Letteratura e poesia araba classica sul caffè e altri stimolanti, a cura di F. Zanello, Coniglio editore, Roma 2008. Grazie Giuseppe per aver avuto il gentil pensiero di regalarmelo.

PPS: non è necessario che scriva di non avere alcun tipo di rapporto (tantomeno commerciale) con i produttori della Kamira, vero?

Pubblicato in Cruising | 3 commenti